mercoledì 10 dicembre 2014

Emergency Poet: Deborah, la dottoressa dell'anima



Sul fatto che i britannici siano i più bizzarri e stravaganti personaggi del globo terrestre non c'è alcun dubbio. Io, che ci ho vissuto tra quella gente lì, lo sapevo già, ma una nuova notizia ha confermato le mie certezze. Qualche tempo fa, a forza di condivisioni, arriva sotto i miei occhi un articolo su una "poetessa d'emergenza". Lo leggo, poi ne trovo un altro e un altro ancora fino ad approdare al blog "Emergency poet". Scopro che si tratta del primo e unico servizio d'emergenza di poesia mobile. Qui trovo l'indirizzo e-mail della sua ideatrice: Deborah Alma, nazionalità inglese, un mezzo di trasporto da figlia dei fiori e un capello biondo rassicurante. Non potevo non scriverle! Infatti per me, che al liceo sbavavo per Petrarca e che leggo poesie ogni volta che piango, l'idea di Deborah è eccezionale! Così, ho rispolverato il mio inglese e mi son fatta avanti, scoprendo che dietro il progetto c'è una gran bella persona. Come funziona esattamente l'Emergency Poet?

Deborah mi dice di essere nata e cresciuta a Londra Nord. L'idea dell'Emergency Poet nasce "un po' per follia, un po' come conseguenza del lavoro" che stava facendo da anni, ossia l'utilizzo della poesia con persone affette da demenza. Deborah è una tipa sensibile. Insegna scrittura creativa ai bambini e anche all'Università di Worcester e ha lavorato per anni alle scuole elementari. Quando ha visto in vendita su e-bay un'ambulanza anni Settanta si è illuminata: l'idea della poesia errante è apparsa chiara e nitida nella sua mente. Così, con camice bianco e stetoscopio, la dottoressa dell'anima viaggia per l'Inghilterra accompagnata dall'infermiera "Verso" e dal medico "Poesia" (la scelta dei nomi è puramente casuale?).



I pazienti son invitati a distendersi nel lettino rosso nel retro dell'ambulanza. Porte chiuse e rumori lasciati fuori, se sentono freddo Deborah stende loro una copertina sulle gambe. Poi la sua attenzione è tutta per il paziente e i suoi problemi. La prassi è la seguente: la dottoressa porge alcune domande per conoscere meglio la persona e i suoi gusti letterari. Con dieci minuti di conversazione, dopo aver chiesto se si desidera qualcosa di specifico (es. per un'occasione speciale), è pronta la giusta prescrizione poetica, accompagnata dal consiglio di trovare un posto tranquillo per prendere la propria medicina.

Tra i casi più importanti trattati da Deborah: la poesia per una donna con un tumore al seno; un uomo che abbisognava di versi per il giorno del suo matrimonio; una donna che cercava conforto per la morte della migliore amica avvenuta il giorno stesso. Deborah, che con i bambini ci sa fare -essendo anche madre single- trova il modo per far andare giù la pillola della poesia anche ai più piccoli, che spesso affermano di odiarla.

Quella dell'Emergency Poet è una cura semplice, ma che non tutti conoscono o sanno apprezzare. Una poesia, o in generale un libro o una canzone, possono dare molto conforto ad anime sofferenti. Infatti, dicono esattamente le cose che ci si vuole sentir dire, che arrivano dritte al cuore e allontanano ansia e paure. Deborah questo l'ha capito molto bene. E senza temere giudizi o risate dietro le spalle, non solo si è inventata un lavoro fuori dagli schemi, ma sta anche diffondendo i suoi principi e le sue idee e, soprattutto, ciò che ama di più: la poesia.

Ps: son ancora in contatto con Deborah e ogni sua novità sarà allegramente e orgogliosamente riportata sull'apposito spazio di Controvento::: Racconti di Incontri

Daniela Melis



giovedì 6 novembre 2014

Museum of Broken Relationships (Zagabria)



Olinka Vištica e Dražen Grubišić, nazionalità croata, una volta stavano insieme.
Poi hanno rotto. Avranno pianto, urlato, sorriso, bestemmiato, chissà.
Quello che si sa è che della loro storia ne hanno fatto un museo.
O meglio, della fine della loro storia.
È così che è nato il Museum of Broken Relationships, dall’idea di due artisti che hanno esibito gli oggetti della loro relazione finita.




24 Agosto 2014.
Quella mattina giravamo per la città alta di Zagabria.
L’abbiamo scoperto per caso il museo, e io, che ho problemi di malinconia, nostalgia e forse pure paranoia, non volevo poi tanto entrare perché, diciamolo, dal nome ti aspetti di trascorrere ore deprimenti.
Ma poi sono entrata (sottile, molto sottile il confine tra la curiosità e il masochismo) e ne sono uscita sorridente.

È semplicemente un’idea geniale.
La gente di tutto il mondo dona al museo un oggetto simbolo della relazione finita che viene esposto affiancato da un piccolo scritto in cui la persona racconta la storia di quell’oggetto, perché è lì.
Un museo antimemoria insomma, uno spazio che serve non per conservare e tramandare ma per lasciare andare, per raccontare e liberarsi.
Un cimitero di cose morte che una volta sono state.
Chi dona per esibizionismo, chi per sollievo terapeutico, chi per curiosità, fatto sta che ti ritrovi in mezzo a tante storie buffe, divertenti, dolorose, tristi e ne esci ricco, ubriaco di quella sensazione al limite tra ironia e grottesco.




E poi, una volta a casa, è andata a finire che ho donato anche io e zero malinconia, solo un gran sorriso e polvere in meno in stanza.

Ilaria Mariotti



domenica 26 ottobre 2014

Come perdere la memoria volontariamente




Memoria [me-mò-ria] s.f.


1. Facoltà della mente di fare proprie esperienze e nozioni e di richiamarle al momento opportuno (m. buona, avere poca m. , imparare a m.)

2. Idea, nozione, immagine che si conserva nella mente di cose, persone, avvenimenti SIN ricordo (m. dolorosa, mantenere viva la m. di qlcu)

3. (solo pl.) Avvenimenti del passato conservati nel ricordo della tradizione (pubblicare le proprie m.)

4. (spec. pl.) Monumento, scritto che costituisce un monumento storico del passato
SIN testimonianza (Roma conserva numerose m. dell’antica grandezza)

5. Scritto generalmente breve su argomenti eruditi o scientifici  SIN saggio (pubblicare una m. scientifica)

6. inform. Dispositivo di un computer capace di registrare e conservare i dati affidatigli (m. centrale, m. periferica)

Ecco, direi che non ci sono poi tanti dubbi sul significato lessicale della parola ‘memoria’.
Cioè insisto proprio su quello lessicale mica quello metaforico che dipende dalla sensibilità di ognuno, dal proprio bagaglio culturale, da come si approccia alle cose e bla bla bla.
Ecco, giorni fa ho sentito la necessità di avere conferme di questo tipo quando sfogliando il giornale sono incappata in un articolo dal contenuto naïf (dire sconcertante potrebbe spaventare quindi stiamo in zona neutra).

L’ARCHIVIO DI STATO rischia di CHIUDERE.
Non ci sono soldi per migliorare la struttura né per pagare il personale…bla bla…manutenzione…bla bla…tagliati i fondi alla cultura…con la cultura non si mangia…bleah.

Direi che si commenta da sé: la memoria non va più di moda. Non piace più, ha rotto e strarotto.
Ma sì eliminiamo tutti i ricordi collettivi, nazionali e storici (ma pure quelli personali tipo il tegolino col soldino di cioccolata ché mi manca tanto), insomma bruciamo tutto e folleggiamo. Let’s rock.




Questo si chiama cancellazione sistematica della memoria e nel nostro paese piace a un casino di persone che ci si impegnano con fervore.
Tutto è iniziato a partire dal secondo dopoguerra con l’amnistia Togliatti che comprendeva il condono della pena per reati comuni e politici, dal collaborazionismo coi tedeschi fino al concorso in omicidio, commessi in Italia dopo l’8 settembre 1943.
Amnistia che aveva lo scopo di giungere quanto prima alla pacificazione nazionale e di evitare che l’epurazione rallentasse la ripresa delle attività fondamentali alla ricostruzione del paese.
Hanno scelto di azzerare tutto (equiparandolo però) per ripartire, chiudere gli occhi come se non fosse mai accaduto niente. Cancellare ciò che è stato, non lasciarne traccia, non tramandarne memoria.

Requiem archivio di stato, forse diventerai un shopping mall.

Questo post si autodistruggerà entro 5 secondi.

Ilaria Mariotti 

domenica 5 ottobre 2014

Incontri esplosivi.

Il problema.

Particolari incontri con un sinistro sole d'ottobre possono provocare imprevedibili esplosioni.

La storia del problema.


Ecco cos'era.

Un falò che incendiava il cielo. Pendeva verso il basso, dritto sulla mia faccia. Nessuna barriera a contrastarlo, nessun filtro.

Mi ha provocato le più svariate emozioni: imbarazzo (per il sudore); svarioni (per l'incapacità di reggere il suo sguardo); amore (perché mi rende più bella); sincerità (perché non si nasconde dietro un dito -cazzo, no-).

Tutti lo vedete così:























Io, invece, lo percepivo così. Giudicate voi:




La risoluzione del problema.

Dal sole ci si può spostare, cercare un posto nell'ombra. Oppure non lascerà scampo. Dalle esplosioni però non si può sfuggire. Una volta che ti scoppiano dentro te le devi assorbire, te le devi lavorare. E che siano dolci, e che siano amare lasceranno il loro flusso. A me il sole d'ottobre m'ha fatto un effetto strano. Mi ha messo dentro la tenerezza nostalgica dell'autunno e un po' di spensieratezza dell'estate. Ecco perché consiglio a tutti un po' di mare in questi giorni autunnali che stentano ad arrivare.

Sì, la visione illuminata di questo pomeriggio svanirà presto. Zabriskie Point, il film da cui è tratta la scena sopra, sarà però difficile smaltirlo. Son passate due settimane, ma ancora un po' mi brucia dentro.

Brucia dentro il fuoco delle rivolte studentesche; il fuoco delle ingiustizie sociali; il fuoco dell'amore puro che scoppia all'improvviso (se siamo predisposti a prenderlo); il fuoco delle scene di strade isolate e desolate; il fuoco della ribellione a una certa idea di lavoro; il fuoco di epoche che non torneranno indietro (benedetti siano gli anni settanta); il fuoco delle note dei Pink Floyd che dipingono a tratti spessi queste immagini divine.

Le conclusioni del problema.

Andate, andate pure a usufruire dei resti di raggi che vi coloreranno la prossima stagione. Soprattutto, però, quest'ultima usatela per godervi Zabriskie Point e la magistrale regia di Michelangelo Antonioni. E non ditemi che non vi provocherà un'esplosione, perché non vi crederò mai.

Buona visione! E Buon incontro.

Daniela Melis

sabato 30 agosto 2014

Immigrati in cerca di pace nella terra dell'odio.

Africani e italiani a confronto: trova le differenze.

I fatti:


Stamattina una colta donna che è stata a Medjugorje (Dio ti fulmini) ha espresso il suo parere su Croazia e Bosnia. Con grande stupore della sottoscritta, ha affermato, alla luce del sole e in presenza di testimoni, che “gli arabi lì hanno rovinato tutto e impoverito la gente”. Ha aggiunto che “però li mettono in riga (chi?): infatti a un’araba (forse intende una bosniaca di religione musulmana? Mah.) son stati controllati e ritirati i documenti. Ben fatto!”.
Dieci giorni fa, prima di partire per Zagabria dalla Sardegna, leggo sul giornale che un gruppo di immigrati africani, palestinesi e siriani si trova a Sadali, provincia di Cagliari. Spediti sull’isola, pare, per un piccolo errore del ministero. Qui protestano, non accettano di essere accolti, perché trasferiti con “l’inganno”. Il commentario alla questione lo trovo su facebook: frasi razziste della peggior specie, paranoie sulle nostre casse svuotate da quella che si configura come la feccia dell’umanità, infamie e calunnie di ogni genere. Da tempo ho notato che anche ad Aritzo, in provincia di Nuoro, un gruppo cospicuo di richiedenti asilo “alloggia” in un albergo al centro del paese. Non li ho mica mai trovati felici! Li si vede dalla mattina presto camminare senza meta, con una sigaretta in bocca e un punto interrogativo negli occhi. Le loro braccia inutilmente forti scandiscono tutta la noia, la frustrazione. Vengono da una zona del mondo catapultata nel mercato senza che ne avesse né la capacità, né la volontà; dove l’oppressione politica non si nasconde dietro un dito; dove il divide et impera ha dato i suoi più bei frutti.

Le domande:


1)   Come può una persona permettersi di commentare così banalmente l’origine del male in Croazia e dintorni senza conoscere la complessità delle guerre balcaniche?
2)   Come può una persona parlare di “arabi” quando è evidente la sua confusione mentale al riguardo?
3)    Come si può dare la colpa di crisi e disoccupazione alle ondate umane provenienti dal Terzo Mondo?
4)    Come si può pensare che siriani e palestinesi affrontino viaggi spesso fatali spinti dalla sola volontà di “mangiare a spese del lavoratore italiano”?
5)      Dov’è il loro buon Dio quando affermano certe cose?


Le riflessioni:


Io, ragazzi, vi vorrei far notare che il primo parassita è lo Stato. E dopo lo Stato ci siete voi!
Voi che avete abbandonato quelle terre di cui si occupano, sottopagati, gli indiani, proni al duro lavoro per sfuggire alla fame. Voi che mangiate nei ristoranti pretenziosi dove i negeriani lavano i piatti che l’italiano disoccupato non vuole toccare. Voi che avete fatto dell’assistenzialismo la vostra linfa vitale. Voi che avete preso la strada della politica per farvi gli interessi vostri. Voi che in politica non ci siete entrati, ma l’avete usata per accaparrarvi un lavoro (qualsiasi): così, senza meriti o talento, contribuite a rovinare quel che resta di un sistema pubblico che è solo una macchina per nutrire pericolose forme di parassitismo. Voi che giudicate senza sapere come si vive al di fuori delle quattro mura di casa vostra. Voi che ancora giudicate senza ricordare che sardi e italiani son stati i primi a emigrare; i primi ad aver prestato le proprie braccia ariane all’industrializzazione di Germania e USA.

Se ci penso al Mediterraneo! Perché è diventato una periferia che divide il bello dal brutto, il giusto dallo sbagliato? Un tempo era lo spazio aperto dove le culture si incontravano senza fronteggiarsi. Oggi si dimentica in fretta e si pensa solo a sfogare una personale frustrazione. Ma se soffrite voi, che ogni notte dormite sereni sotto un tetto, figuriamoci chi vive sotto le bombe; sotto la cenere che sgorga laddove l’acqua manca; sotto un’economia etero imposta e iniqua; sotto un sistema socio-politico corrotto, inadeguato e conflittuale. A volte vorrei scappare io per il semplice fatto che mi opprime la ristrettezza di pensiero. E pretendo di farlo liberamente, perché nessun essere umano è un clandestino!

I cattivi non sono gli immigrati, i cattivi siete voi! Cattiva è l’Italia che fino a Berlusconi, e fino a Gheddafi, ha risolto la questione facendo rinchiudere migliaia di africani nelle fredde carceri della Libia, prima che salpassero per la Sardegna e la Sicilia. Ah, questa sì che è la civiltà di cui vi vantate e che volete!
Ma vi immaginate se riusciste a mettere da parte l’ignoranza e l’odio? Si vivrebbe pacificamente, come è successo in passato, o come nelle più primitive e pure leggi della natura. A partire dal governo che dovrebbe sfruttare i mass media per spiegare a certi signorotti quali accordi internazionali ha sottoscritto perché abitanti di paesi in guerra possano chiedere asilo qui. Che dovrebbe agire più concretamente, piuttosto che lasciare che si faccia degli immigrati il capro espiatorio per tutto ciò che non funziona. I cittadini, invece, dovrebbero arricchirsi dal confronto con culture lontane. Meglio ancora, potrebbero coinvolgere gli “stranieri” per risollevare le sorti della propria terra. Ci son tanti mestieri che stanno scomparendo: il calzolaio, ad esempio. In Sardegna il 60% del terreno coltivabile è lasciato a se stesso. Allora perché non sfruttare queste menti e questi muscoli affinché imparino tali attività? Che lavoro rubano se nessuno qui si vuole “sporcare le mani”?


Le conclusioni:


Badate che siete solo un frammento nell’immensità dello spazio e del tempo. Godetevi quel che vi resta da vivere e non rovinatevi il fegato per un bengalese che non vi caga di striscio. E poi, da bravi bigottoni col culo stretto che siete, non avete presente una delle massime preferite dal caro Gesù: ama il prossimo tuo come te stesso? Strano.
Per concludere vi consiglio un paio di letture:
a)      la storia del mondo dalle origini fino a oggi;
b)     qualcosa sulla civiltà egiziana e sulle grandi tribù dell’Africa, giusto perché realizziate chi avete di fronte quando vedete un “uomo nero” (buh!);
c)      alcuni libri sulla colonizzazione vi aiuterebbero a capire come e perché nascono i flussi migratori attuali;
d)      vi lascerei, infine, nelle mani del grande George Orwell: affinché la vostra mente possa conoscere la realtà delle cose e, di conseguenza, far luce sul servilismo di cui siete ignare vittime.

Ogni riferimento a cose e persone NON è puramente casuale. Se volete definizioni di arabo, musulmano, islamico, ecc contattatemi pure. Un po’ di semplice vocabolario potrebbe schiarirvi le (confuse) idee.

Insh’Allah.


Daniela Melis

venerdì 29 agosto 2014

In vino veritas (è rosso)

Io il vino purtroppo non lo digerisco. Mi piace molto, ma non lo digerisco.

Quando mia cugina mi ha proposto una tre giorni di bevute in compagnia con tanto di attestato finale nella cantina sociale del paesello accanto al mio, ho pensato che il mal di pancia passa in fretta. E anche che avrei potuto arricchire e completare l'educazione Albanesiana che mi insegna che 'è rosso'.

Dunque ho intrapreso la via di Bacco per un approccio consapevole al vino e anche all'olio. Diventare una consumatrice attenta e informata era la storia che il mio super io raccontava all'es che già saltellava sui filari di uva...
... e che è stato prontamente punito e abbattuto alla prima tranche di degustazione oli con un rancidissimo e veramente cattivo olio della comunità europea (l'unione fa la forza, amen).

La degustazione consisteva in un percorso sensoriale e graduale dal veramente pessimo al veramente ottimo: sei cicchetti di oli il primo giorno, sei calici di vini il secondo, e, per concludere, spumanti. Bicchieri in cui immergere naso per cogliere profumi e bocca per cogliere piccantezze o dolcezze, aromi fruttati o speziati.

Esperti di olio un po' casinisti, enologi preparati e soprattutto antifrancesi (con tanto di francese presente ghettizzato all'ultimo tavolo, parbleu), ci hanno guidato all'assaggio e alla scoperta.
Precisando che la brocca vuota sul tavolo serviva per buttare via il vino, che doveva essere degustato, mica bevuto tutto.

Al mio tavolo:


  1. non ci siamo accorti della presenza della brocca se non al quarto giro di spumanti il terzo giorno, quando la realtà si svela chiaramente ai tuoi occhi e ti sembra facile persino vivere;
  2. pensavamo ci fosse stata acqua, dunque era chiaramente in attesa di essere riempita;
  3. avendo compreso la buona norma a Bartolomeo della Casa abbiamo obiettato indignati che NON SI BUTTA NIENTE, che ci sono bimbi che fanno la fame, il buco dell'ozono, ecc ecc.


A parte momenti epici che hanno scandito le degustazioni tra euforia sbronza generale, infamità contro gli champagne (i tappi erano tutti ammuffiti), gay che giustamente preferiscono il pecorino alla passerina, signora cinquantenne che asserisce che quel vino sa di vasellina (con conseguente sbigottimento dei presenti e sogghigno agognate di uomini); la scoperta maggiore è stata non solo il risveglio di papille gustative e sinestesie bombardanti di odori/sapori, ma soprattutto la rivelazione che l'abitudine si riversa anche sul gusto.
Ci siamo resi conto, infatti, che riconosciamo come migliori i sapori cui siamo abituati: pur percependo la bontà e la qualità, la nostra bocca pende verso il gusto che conosciamo meglio, quello che scegliamo continuamente.

Occorrerebbe dunque una lavanda gastrica mensile, di quelle effetto tabula rasa, che ti ripuliscono di tutti i pensieri, gusti, abitudini e manie insediatesi in 30 giorni.
Quanto tempo occorre perché una scelta, un gusto, un amore, diventi abitudine? Chissà.

E mentre mi alleno alla scoperta continua e all'ingenuità perenne vado a rivendermi l'idea di una macchina svuota abitudini a Christopher Nolan.

(Pure quella della vasellina a Woody Allen)

Ilaria Mariotti

sabato 16 agosto 2014

Incontro con le epoche del passato

1958 Here we go!
Chi scrive parla dal 2014. Son qui perché voglio tramandare una voce controtendenza in questi anni spersonalizzati e insapore che vivo.

Shh, che resti tra noi: i miei simili, gli uomini, si sentono al top. Hanno portato il progresso oltre i 6000 giri e pensano che basti un eccesso di tecnologia per auto-celebrarsi di “civiltà”. Son riusciti a partorire talmente tanti confort che il prossimo passo dell’evoluzione sarà la disabilità totale per tutti: un robottino si muoverà per noi. 

Si vantano delle loro ultime scoperte e non si rendono conto di cosa hanno perso. Dalla loro mente spalmata sulle comodità è fuggita per sempre l’immaginazione! Impegnati a vivere il presente, a spegnere i propri sensi, a rinnegare la natura non capiscono che più andiamo avanti e più siamo fermi. Ma voi altri ci pensate mai alle grandezze del passato? Ma vi pare che torneranno stile e innovazione dei grandi anni ’20, ’30, ma anche ’40 e, perché no, ’50? E, soprattutto, la musica,
la moda, la libertà e la bellezza infinita dei brucianti ’60, ’70 e ’80? Non riusciamo nemmeno a copiare bene i pantaloni a vita alta del decennio ’90, figuriamoci il resto.

1960 o giù di lì.
Eppure io ce l’ho fatta. È bastata una sfilata in abito da sposa per una toccata e fuga nel 1958. Ci vuole fegato per farsi ingrandire le sopracciglia di qualche centimetro. Ci vuole consapevolezza del merdaio che viviamo per sentirsi a proprio agio in una gonna ampia. Ci vuole una chiacchierata con Maria per imparare a non lamentarsi delle difficoltà ché siamo pure troppo fortunati. Ci vuole sensibilità per emozionarsi di fronte a una folla impazzita che non lo sa, ma è nostalgica del passato mentre mi fotografa con l’i-phone.

E poi le altre epoche: le ho viste! Erano addosso a tanti giovani, cucite sui loro corpi da preziosi capi del passato. Non è stato solo spettacolo, ma gioia infinita che trasudava da occhi doppi e tubini anni Sessanta; da capelli al vento e fiori su lunghe stoffe anni Settanta; da colli alti ed eccessi tipici degli Ottanta; da vaporosi pizzi firmati Novanta.

Io credo che se quei miei simili di cui parlavamo sopra si lasciassero incantare dal savoir-faire dei tempi andati sarebbe tutto più “giusto”. Si dice che un passo indietro non abbia mai fatto male a nessuno. Ma son sicura saprebbe far bene a molti.

Immensamente '80!
A questo pro consiglio vivamente la musica bisessuata di David Bowie. 

Dal 2014 è tutto. Passo e chiudo.

Daniela Melis

mercoledì 11 giugno 2014

Voglio un'infanzia spericolata

A volte basta poco per ricordare come eravamo. Noi, trogloditi selvaggi cresciuti nei paesi, che vagavamo come zingari; che esistevano gli schiaffi se ci comportavamo male; che le feste in nostro onore erano così così. Era un'infanzia spericolata.

Ne è passato di tempo da quelle ginocchia sbucciate, da quella polvere addosso che ci abbronzava il viso, da quel sudore che accompagnava le ricerche di misteri inesistenti. Bene. Adesso per strada trovo poco di allora. I bambini sono sempre più deresponsabilizzati, controllati, segregati, tenuti mano per mano, iper allarmati per un taglietto millimetrico, piangenti, urlanti, drogati di nintendo e, perché no, coglioni.

Noi no, non conoscevamo il significato della parola tecnologia. Non volevamo l’i-pad per il primo compleanno. Non ostentavamo marche da passerella. Probabilmente eravamo il trofeo di mamma e papà, ma questa era una cosa che restava tra noi. Chi più, chi meno, accettavamo quello che ci veniva dato, stavamo con chi dovevamo stare, vestivamo in base alla nostra età e situazione economica reale. Eravamo felici così: bambini, tutti uguali, e inconsapevoli delle ingiustizie del mondo.

Forse, se non siamo completamente rincoglioniti, lo dobbiamo ai nostri genitori. Indaffarati col lavoro (per garantirci una benedetta vita migliore), ci hanno cresciuto con le giuste dosi di severità e fiducia.

Ah, le famiglie di un tempo! Erano meno sentimentaliste: nessuna superficialità né fronzoli per compleanni e occasioni varie. L’importante, come diceva nonno, era che i bambini avessero sempre la pancia piena. Poi a vivere lo imparavano da soli, ché mica ci vuole l’abbecedario per fare esperienza. Erano più unite nonostante le problematiche. Adesso i figli di divorziati sono la maggioranza. Si abituano in fretta ad essere sbattuti qua e là senza un momento da godersi a cazzi loro.

Un’immagine di famiglia del passato, che oggi verrebbe definita screanzata, un po’ me l’ha ricordata un bimbo cinese. La foto in basso è la dimostrazione di un metodo diverso di crescere la prole. Forse un po’ randagio e inusuale, ma più vicino alle leggi della natura. Il bambino sta dove sta la sua progenitrice. Mamma è a lavoro e lui dorme accanto a lei. Sì, in uno scaffale. In vendita? Non credo. È un maschio, quindi una benedizione nel paradigma cinese.

Vendesi arte dell'arrangiarsi
Se mi fermo a pensare, non trovo in me né sorpresa, né stupore. Vedo solo un essere umano iniziato all’arte dell’arrangiarsi. Sorpresa e stupore dovrebbero colpirci piuttosto con genitori impegnati a diseducare i figli. Come? Facendo vivere loro una vita che non possono permettersi, abituandoli all’apparenza, coprendoli di gingilli inutili, nutrendoli con cibi equiparabili al veleno, privandoli delle attenzioni sane di cui avrebbero bisogno. Forse che, nella sua stranezza, la Cina deve farci da esempio?  

Daniela Melis

sabato 7 giugno 2014

L'amore ai tempi del social network

C'era una volta il ciclo naturale delle cose. Conoscersi. Amarsi. [Continuare ad amarsi fino alla fine dei tempi.] Lasciarsi.

Proseguendo sulla scia del deperimento dei sentimenti con raziocinio e naturalità, dopo la rottura c'era: non vedersi più. O comunque evitare di vedersi per creare il distacco necessario.
E via daccapo, a ricominciare un ciclo naturale (come cantava pure Björk).

Adesso no.

Perché adesso ci sono facebook e whatsapp. Pure se ti impegni a non cercarlo/a né vederlo/a ogni tanto ti appaiono i suoi post e i suoi sorrisi che ti dicono "guarda come sono in forma senza te". Già. Oppure vai a visualizzare la sua bacheca e ti chiedi ossessivamente chi è quello/a con cui ha stretto amicizia.
Adesso siamo diventati tutti "SS" stalker e sofferenti. Oppure ossessionati e paranoici.

Insomma non c'è pace, anche perché poi se lo/a "rimuovi dagli amici" passi pure per la persona infantile che non sa gestire i sentimenti. Mentre invece tu sei una persona adulta e matura.
Che impegni la mente in filastrocche e conte, ti colpisci le dita, guardi il pc con le mani sugli occhi e lanci il telefono per terra riscoprendo l'aria aperta.
Siamo esseri umani nuovi, un nugolo di ansie e ossessioni, una nuova specie da osservare e studiare.
Per poi diventare nuovi evergreen del così interessante programma di  Bruno Vespa che ci farebbe su un casino di puntate del tipo PAURA E DELIRIO A COGNE 2:

"Perché l'ha fatto, mi dica?"

"Aveva visualizzato ma non aveva risposto, capisce?!?!?!?!".

Avere 15 anni adesso è na tragedia.
(Pure 28)

Ilaria Mariotti

lunedì 19 maggio 2014

Selfie: cartoline dei tempi moderni


Un nuovo fenomeno insidia la società odierna. Lo troviamo sui nostri schermi e sulle bocche di tutti. Piace perché  è immediato, nitido, con la cornice, i cuori o le sfumature a seconda delle esigenze. Viaggia alla velocità della luce raggiungendo chiunque anche in capo al mondo. È il selfie, che pian piano ha pericolosamente preso il posto della cartolina.

Un tempo si potevano acquistare cartoline ovunque, imbucarle ovunque, trovarle appese nelle case ovunque. Era un bel business per fotografi, commercianti e poste. Ma anche per le star: pensiamo a quelle di Di Caprio e del Santo Papa. Quante foto che giravano per il globo tra mille mani. Era uso comune spedirle soprattutto quando si andava in vacanza. Coinvolgenti le immagini selezionate ad hoc; carina l’idea di poterci scrivere dietro, ma mancavano di qualcosa. Erano anonime. Il rischio per il turista era che anche la  meta più ambita avrebbe perso di significato se, insieme al paesaggio, non fosse stato raffigurato il mittente.

Questa è la grande innovazione del selfie: l’estrema personalizzazione. Oltre al fatto che non si sgualcisce e non si perde in viaggio. E poi è moderno, perché sfrutta i social network.

Selfie con divisa Ryanair.
Non che cartoline non se ne spediscano più. Qualche nostalgico che le compra per la nonna non tecnologica c’è. Però se questo era un pensiero diretto a familiari e amici, il selfie è uno strumento a senso unico. Ha lo scopo principale di mettere in mostra, piuttosto che quello di fare un saluto. Prendiamo come esempio l’autoscatto in aereo: si intravede l’ala e una didascalia recita “son in volo per la Papuasia”. Ok. Fosse stato possibile lanciare questi messaggi ai tempi dei cellulari a-funzionali, la Ryanair ci avrebbe fatto i quattrini:

   a) fai sapere che sei vivo: la compagnia manda immagine di te sull’ala che conferma che respiri ancora (5€);

   b) lascia gli indirizzi all’hostess più vicina: una cartolina fotografica (15€) per rivelare al prossimo che faccia di merda si ha nella troposfera;

   c) istantanea col terrorista islamico al modico prezzo di 20€ (prevista diffusione anche su Italia1).

Utile per informare i genitori che l’aereo non era precipitato, ma per tutti gli altri qual è il senso?

Veniamo ai selfie dei misteriosoni che immortalano le gite fuori porta. Qui si gioca a: indovina con chi sono? Funziona così: ti appare sulla home di facebook lo stesso scatto, nella stessa location, con persona diversa, da due profili diversi, a distanza di una mezz’ora. Cosa vuol dire? Vuol dire che i nostri amici stanno inoltrando una selfiolina dove dicono tacitamente:

   a) - Guarda dove sono -;

   b) - Guarda con chi sono -.

Troppo facile, ma commercializzabile : fai il collage con il cuore e chiedi 5€ per il montaggio, a mo’ della Ryanair.

Esempi di collage


La differenza tra selfie e cartoline è netta. Non riguarda il diverso mezzo di diffusione o la materia di cui son fatte. No. Il problema è che le seconde te le chiedevano, le prime no. Si è completamente perso il senso della riservatezza. Viversi le emozioni di un luogo sconosciuto è diventato impossibile senza l’intervento di qualche mi piace. Godere del proprio partner o amici ha scarso valore se non si fa sapere a tutto il mondo che “non siamo soli”.

I selfie non si identificano con vecchie foto ricordo, ma col modo più semplice per esteriorizzare una fantomatica bella vita. Si nutrono della speranza che gli altri notino, si soffermino, possibilmente rosichino. Ma si è veramente felici se si ha bisogno dell’approvazione/ammirazione altrui? Forse questo eccessivo esternare è un sintomo che non ce la stiamo godendo tutta fino in fondo. Forse, di questi tempi in cui siamo tutti in onda, si confonde l’intima gioia dell’esistenza con la banalità dell’apparire.

Daniela Melis

martedì 29 aprile 2014

In una strada pullulante di rumene a basso costo trovai lavoro come modella

Son stata modella per un giorno.

Di capelli.

Adesso son un po' rossa.































Che altro volete? Per fare questo lavoro non è previsto l'uso della parola, tantomeno quello del cervello.

(Niente firma, per recitare ancora il ruolo di chi non ha un nome e nemmeno più un numero)




martedì 22 aprile 2014

S'iscontra: l'incontro tante menti fa

Se mi permetto di scrivere di incontri è perché uno di questi ha segnato la mia infanzia: il bacio della statua di Maria con quella di Gesù nel giorno di Pasqua. Coreografico. Retrò e, per questo, estremamente significativo: è indizio che le tradizioni, quelle che segnano l’identità, vivono ancora.

Il 2014 vuole che incappi in S’iscontra (così si chiama da noi) dopo diversi anni. Non era tra i buoni propositi dicembrini, ma mi vien comunque dato un ruolo da protagonista: vestire l’abito tradizionale per sostituire una prioressa, fare la processione e poi messa. Ho provato, giuro, ad evitarla, ma accordi poco chiari con amiche molto fuori mi hanno portato dritto dritto in parrocchia. Vabbè.

Assistetti alla celebrazione della Pasqua per l’ultima volta 14 anni fa. Dovevo fare la cresima e mi toccava. Ovviamente avevo realizzato tempo prima la Non esistenza di Dio e l’ipocrisia che si cela dietro oro e incensi della Chiesa (due concetti diversi, ma che mi piace confondere per non illudermi mai). Dapprima entravo nella casa del Signore e semplicemente non ascoltavo. Domenica scorsa, invece, ho voluto osservare attentamente per rinfrescarmi la memoria. Le cose che odio? Sempre le stesse: i rituali, le frasi a memoria, le preghiere, la severità nei volti, il fiume di parole che passa per le orecchie ma mai per il cervello.

Tuttavia, non è per questo che ho sgranato gli occhi, alzato un sopracciglio e corrugato le labbra come a urlare bleah. Un altro particolare ha rinnovato la mia volontà di non andare a messa. Qualcosa per cui ho storto il naso verso la nazione a cui appartengo, il mondo in cui abito, l’era ermafrodita che vivo:

Lì dentro, nello  spazio di pochi metri, era rappresentata l’Italietta:
 Il Vaticano (il parroco)
Lo Stato (il sindaco)
l’Arma (i carabinieri)

(AVVISO per i benpensanti: niente di personale contro i nominati, solo pura avversione verso ciò che incarnano)

Il resto del teatrino: formalità da tagliare a fette e chiari segni di mescolamento tra potere temporale e spirituale. Un salto indietro nel medioevo o altra epoca storica più recente. E soprattutto l’eterno ritorno dell’uguale: riti, riti e riti.

Per questo l’Italia non andrà mai avanti: ci sono gli italiani. E gli italiani vanno in chiesa per difendere il santo cattolicesimo del loro Paese e di Francesco, il guru. E andando in chiesa imparano l’arte dell’apparenza. Così l’importante è vestire firmato ed esternare che si crede fino in fondo all’Atto di dolore.

L’emblema del popoletto son i due carabinieri di fronte alla folla durante l’ora e mezzo di celebrazione pasquale: zitti, fermi e inespressivi. Perché è questo che conta per il Vaticano, lo Stato e l’Arma: che si stia immobili, soprattutto di pensiero, cosicché le cose non possano cambiare mai.

Amen.

A tutti voi, italiani. Buoni, ma anche cattivi.

Daniela Melis

martedì 15 aprile 2014

Les misérables, ossia la verità sul conto in Cina.

Les Misérables by Danielà Melò
Daniela Melis, 14 aprile 2014 - Non posso sottrarmi alle dinamiche della fuga. Anche per questo ho dichiarato che aprirò un conto in Cina. Lo spiazzo asiatico soddisfa appieno le mie esigenze di mettere distanze. Potrei attorcigliare noodles con gli amici dagli occhi a mandorla. Potremmo disquisire sul concetto di democrazia e quello di profitto.

Eppure non ci andrò: 1) non ho i soldi per il biglietto; 2) son troppo realista per sognare. Ops.     

Non mi hanno mai detto di puntare in alto. La spiegazione era la seguente: siamo dei poveracci. Ho assistito alla materializzazione di parole e azioni che incentivano lo status quo. Non volevo certo esserne complice. Decisi di estraniarmi da questo teatrino cupo e rassegnato.

Preciso: ci ho provato. Son lodevoli le dimostrazioni alla Xena dei tempi moderni, i tentativi di diventare qualcuno. Commovente aver tenuto saldi i miei principi e non essere scesa a compromessi.

Adesso che mi trovo al punto di partenza realizzo che è stato tutto inutile. La verità si palesa davanti ai miei occhi increduli: io sono nata miserabile e miserabile morirò. Avevano provato a insegnarmelo, ma io m’ero intestardita. Quindi basta dare le colpe al fato, al malocchio, alle congiunture storiche, a Berlusconi, a mamme, nonne, zii, sorelle, cugine, pronipoti, fidanzati e promesse del passato. Basta anche dare le colpe a me: son solo la persona giusta nel posto sbagliato. Accetto la punizione.


La Cina non la vedrò e alla miseria non c’è mai fine. Preghiamo.

domenica 13 aprile 2014

Anatra o faraona? Scova le differenze

Ilaria Mariotti, 13 aprile 2014 - Il sabato mattina è giorno di mercato. E io adoro andare per mercati.
Purtroppo però ho un problema serio: odio la gente che spinge.
Di quelli che, in mezzo alla confusione totale e alla ressa più folta che tu non riesci neanche a muoverti, ti poggiano una mano o, i finti discreti, la punta delle dita sulla schiena e spingono.
Per suggerirti di andare avanti, ovviamente.
Grazie. No perché io ho improvvisamente scordato come si fa, ti prego squarciami la schiena bucami le costole e fammi separare le acque.

(Facendo filologia del mio disagio, il trauma forse risale a tanti anni fa quando la mia dolce progenitrice mi ha trascinato a visitare le catacombe nel periodo più sbagliato dell'anno, cioè il giubileo. Quei cunicoli erano pieni di nonnetti che c'avevano una gran fretta. Una in particolare mi spingeva con insistenza. Notoriamente le catacombe sono ampi open space, loft infiniti dove salutarsi di lontano, per questo la nonnetta voleva che mi facessi più in là e scavalcassi la gente, perché lei sapeva che oltre c'era un sacco di spazio.
Per me erano solo corridoi stretti in cui si va dritto pe' dritto. Tant'è che mi sono spalmata in un anfratto e le ho istericamente urlato "vada, vadaaaaa!" attirandomi l'odio suo e di tutti i presenti.
Che poi non so come ma all'uscita me la sono ritrovata di nuovo dietro.)

Ho un altro problema serio, odio le persone che per strada si fermano all'improvviso.
Di quelli che, per dare enfasi ai loro discorsi, per sottolineare le pause, i respiri e cercare la giusta illuminazione sul viso e il giusto pathos si fermano, preparano la rivelazione e io evito lo scontro al pelo.

Il mercato è PIENO di questa gente. In Grecia imparavo a contare in lingua (oltre che a classificare le olive e acquistare chili di rucola perché buonissima), mentre a Milano a conoscere nuovi animali.
Già, perché trovando rifugio dalle spinte (il "vada, vadaaaaa!" non sempre funziona) nell'angolo del banchetto di rosticceria, ho assistito a una conversazione davvero interessante.
Da Massimo offriva di tutto: patatine fritte, chele di granchio, polli allo spiedo, tacchini arrosto, anatre e pure faraone.
È il turno di un asiatico che chiede al forse signor Massimo, in un italiano incerto: "Scusi qual è la differenza tra l'anatra e la faraona?"
E il forse signor Massimo, che da buon milanese ossessionato dal lavoro mica può perdere tempo a star dietro a simili disquisizioni, dice: "Eh, la faraOna è come l'anatra però vOla."

…...............................................
Cioè scusate, ma in che senso? Ma non è più simile a un tacchino?
Sono rimasta confusa molto a lungo, anche perché poi l'asiatico da buon uomo che vuol scoprire la natura profonda delle cose, continua: "Ma è sempre un chilo come l'anatra?"
E il forse signor Massimo: "No, prima sì però. Cioè cruda era un chilo, cotta non più."

…........................................................
Fatto sta che l'asiatico, che giustamente e come me del resto non c'ha capito niente, compra anatra e faraona e si allontana scrollando il capo e valutando a mano il peso delle buste per vedere se tutte e due facevano un chilo o meno.
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Chissà quali esseri mitologici conoscerò il prossimo sabato. #DaMassimoforever

mercoledì 9 aprile 2014

Storie di giovani: La Cina di Alessandra


C’è chi, come me, apre un blog perché non riesce a star ferma. O perché costretta a casa con punture e pasticche. (Fate voi) Quello spazio personale nasce come una scommessa, poi si trasforma. Ti trasforma. Le visualizzazioni crescono e gli amici reclamano altri racconti. I compagni di classe di tua sorella ti affibbiano nuove identità: <Daniela è una blogger?>. Magari. Io non sono nessuno. Se però essere una blogger significa ricevere il regalo di domenica, allora sì, lo voglio. Si tratta di una e-mail: il contenuto è ispirato dal mio post Voglio il conto in Cina.

Mentre leggevo, ero più che una definizione. Dalle mie vene era partito un arco di umanità diretto chissà dove. Ha bussato a tante porte, ma solo una si è aperta davvero. Le mie parole hanno trovato il loro nido in Alessandra Deidda.  Ed è presto colto il senso dell’incontro: l’esplosione del riconoscersi a vicenda pur non conoscendosi.

Ale, classe 1982, è un ariete doc. Forte e decisa, ha lasciato la Sardegna per lavorare a Shenzhen, Cina. La risposta al mio post è forse atto dovuto per lei che quella realtà l’ha vissuta. Ma soprattutto è dovuto perché si sente come me: dietro al tono scherzoso si cela, infatti, tanta amarezza.

A voi la lettera di Alessandra. Afferratela, fatela vostra, perché il coraggio di questa ragazza è un esempio per tutti. Specialmente per chi si è trovato sempre la pappa pronta. Ma perdonateli, perché la bellezza più profonda dell’esistenza non la concepiranno mai (e non sanno cosa si perdono, vero Ale?).

Daniela Melis

“Ho creduto alla stessa fiaba per anni. "L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro". Ci ho creduto talmente tanto che a 25anni avevo in tasca una laurea a pieni voti. Mi faccio un tirocinio all'estero, un po' di esperienza e torno a casa!
Mio padre a 20 anni con una qualifica poteva scegliere per chi lavorare: fare il  sacrificio di vivere lontano da casa (sì, perché Roma a quell'epoca era in continente) o stare in terra propria (qualche lira in meno ma abbastanza da mettere su casa e famiglia).
Con una laurea può andarmi soltanto meglio, no?
Mentre aspetti le offerte tra cui scegliere cominci a capire che il lavoro non busserà alla tua porta. Invii qualche curricula, 10/20 al giorno, aggiorni la mail ogni 2 minuti e alla fine la vedi:
                 Re-
                 "La ringraziamo per l'interesse nella nostra azienda, e le facciamo i complimenti per il                                suo curriculum. Al momento il nostro staff è al completo. Terremo il suo curriculum in          archivio e qualora saremo alla ricerca di una persona col suo profilo la ricontatteremo "
Alla prima mail pensi “wow, mi ricontatteranno”, alla terza pensi che il lavoro è alle porte, alla decima capisci che in quella mail c'è scritto
                Re-
                "Il suo curriculum non ci interessa. Ci faccia la cortesia di non rimandarlo"
Cominci a chiederti che razza di fiaba ti abbiano raccontato per anni. Non è che ti hanno mentito: è arrivata lei, e nessuno se l'aspettava. Mentre aspetti che la crisi passi ti fai qualche esperienza all'estero, poi tornerai in Italia e avrai esperienza da vendere.
Contatti mezzo mondo con il tuo curriculum, se non vuoi perdere tempo escludi qualsiasi paese che disti meno di 8 ore di volo dal tuo. E Cina fu!
Capisci come si viveva ai tempi della rivoluzione industriale, acqua e riso razionati, capisci che il letto a baldacchino è un lusso. In una camerata con letti a castello se puoi avere un letto a baldacchino significa che lavori nella stessa fabbrica di tuo marito e quel letto chiuso da una fitta rete tappezzata con tutti i tuoi oggetti è l'unico muro che racchiude la tua privacy. Vedi i tuoi figli una, due (se sei superfortunato) volte all'anno per una settimana al massimo, ma non ti lamenti, non ne hai le forze, non puoi.
Vedi vivere quello che più o meno ti hanno raccontato nella fiaba: cambi i-phone ogni 6 mesi, Gucci e LV scintillano, e la tua Porche affianca la piccola BMW.
“Ho visto tutto” pensi. Ho mangiato dalla ciotola, ho guidato la Porche, e sono ancora viva. No, non hai visto tutto, hai appena 30 anni!
Decidi di rimetterti in gioco, un cv dietro l'altro come ai vecchi tempi, ma questa volta il raggio si riduce a 1 ora di aereo, ed eccola li, arriva di nuovo!
                Re-
                 "Le facciamo i complimenti per il suo brillante curriculum. Al momento il nostro staff è               al completo, ma ci farebbe piacere incontrarla per un colloquio per discutere di un               tirocinio formativo (minimo sei mesi) presso la nostra azienda, al termine del quale     valuteremo se il suo profilo può essere inserito nel nostro database"
Ma al peggio non c'è mai fine
                Re-
                "Ma lei è sicura che riuscirebbe a vivere nella nostra città?"
Sgrani gli occhi, e rispondi:
                Re- Re-
                "Si senza problemi, ma di sicuro non riuscirei mai a lavorare con lei che non ha mai       messo piede fuori da casa sua"
Te lo devi!
É li che capisci che il lavoro te lo devi inventare da te. Te lo devi!”

Alessandra Deidda