martedì 29 aprile 2014

In una strada pullulante di rumene a basso costo trovai lavoro come modella

Son stata modella per un giorno.

Di capelli.

Adesso son un po' rossa.































Che altro volete? Per fare questo lavoro non è previsto l'uso della parola, tantomeno quello del cervello.

(Niente firma, per recitare ancora il ruolo di chi non ha un nome e nemmeno più un numero)




martedì 22 aprile 2014

S'iscontra: l'incontro tante menti fa

Se mi permetto di scrivere di incontri è perché uno di questi ha segnato la mia infanzia: il bacio della statua di Maria con quella di Gesù nel giorno di Pasqua. Coreografico. Retrò e, per questo, estremamente significativo: è indizio che le tradizioni, quelle che segnano l’identità, vivono ancora.

Il 2014 vuole che incappi in S’iscontra (così si chiama da noi) dopo diversi anni. Non era tra i buoni propositi dicembrini, ma mi vien comunque dato un ruolo da protagonista: vestire l’abito tradizionale per sostituire una prioressa, fare la processione e poi messa. Ho provato, giuro, ad evitarla, ma accordi poco chiari con amiche molto fuori mi hanno portato dritto dritto in parrocchia. Vabbè.

Assistetti alla celebrazione della Pasqua per l’ultima volta 14 anni fa. Dovevo fare la cresima e mi toccava. Ovviamente avevo realizzato tempo prima la Non esistenza di Dio e l’ipocrisia che si cela dietro oro e incensi della Chiesa (due concetti diversi, ma che mi piace confondere per non illudermi mai). Dapprima entravo nella casa del Signore e semplicemente non ascoltavo. Domenica scorsa, invece, ho voluto osservare attentamente per rinfrescarmi la memoria. Le cose che odio? Sempre le stesse: i rituali, le frasi a memoria, le preghiere, la severità nei volti, il fiume di parole che passa per le orecchie ma mai per il cervello.

Tuttavia, non è per questo che ho sgranato gli occhi, alzato un sopracciglio e corrugato le labbra come a urlare bleah. Un altro particolare ha rinnovato la mia volontà di non andare a messa. Qualcosa per cui ho storto il naso verso la nazione a cui appartengo, il mondo in cui abito, l’era ermafrodita che vivo:

Lì dentro, nello  spazio di pochi metri, era rappresentata l’Italietta:
 Il Vaticano (il parroco)
Lo Stato (il sindaco)
l’Arma (i carabinieri)

(AVVISO per i benpensanti: niente di personale contro i nominati, solo pura avversione verso ciò che incarnano)

Il resto del teatrino: formalità da tagliare a fette e chiari segni di mescolamento tra potere temporale e spirituale. Un salto indietro nel medioevo o altra epoca storica più recente. E soprattutto l’eterno ritorno dell’uguale: riti, riti e riti.

Per questo l’Italia non andrà mai avanti: ci sono gli italiani. E gli italiani vanno in chiesa per difendere il santo cattolicesimo del loro Paese e di Francesco, il guru. E andando in chiesa imparano l’arte dell’apparenza. Così l’importante è vestire firmato ed esternare che si crede fino in fondo all’Atto di dolore.

L’emblema del popoletto son i due carabinieri di fronte alla folla durante l’ora e mezzo di celebrazione pasquale: zitti, fermi e inespressivi. Perché è questo che conta per il Vaticano, lo Stato e l’Arma: che si stia immobili, soprattutto di pensiero, cosicché le cose non possano cambiare mai.

Amen.

A tutti voi, italiani. Buoni, ma anche cattivi.

Daniela Melis

martedì 15 aprile 2014

Les misérables, ossia la verità sul conto in Cina.

Les Misérables by Danielà Melò
Daniela Melis, 14 aprile 2014 - Non posso sottrarmi alle dinamiche della fuga. Anche per questo ho dichiarato che aprirò un conto in Cina. Lo spiazzo asiatico soddisfa appieno le mie esigenze di mettere distanze. Potrei attorcigliare noodles con gli amici dagli occhi a mandorla. Potremmo disquisire sul concetto di democrazia e quello di profitto.

Eppure non ci andrò: 1) non ho i soldi per il biglietto; 2) son troppo realista per sognare. Ops.     

Non mi hanno mai detto di puntare in alto. La spiegazione era la seguente: siamo dei poveracci. Ho assistito alla materializzazione di parole e azioni che incentivano lo status quo. Non volevo certo esserne complice. Decisi di estraniarmi da questo teatrino cupo e rassegnato.

Preciso: ci ho provato. Son lodevoli le dimostrazioni alla Xena dei tempi moderni, i tentativi di diventare qualcuno. Commovente aver tenuto saldi i miei principi e non essere scesa a compromessi.

Adesso che mi trovo al punto di partenza realizzo che è stato tutto inutile. La verità si palesa davanti ai miei occhi increduli: io sono nata miserabile e miserabile morirò. Avevano provato a insegnarmelo, ma io m’ero intestardita. Quindi basta dare le colpe al fato, al malocchio, alle congiunture storiche, a Berlusconi, a mamme, nonne, zii, sorelle, cugine, pronipoti, fidanzati e promesse del passato. Basta anche dare le colpe a me: son solo la persona giusta nel posto sbagliato. Accetto la punizione.


La Cina non la vedrò e alla miseria non c’è mai fine. Preghiamo.

domenica 13 aprile 2014

Anatra o faraona? Scova le differenze

Ilaria Mariotti, 13 aprile 2014 - Il sabato mattina è giorno di mercato. E io adoro andare per mercati.
Purtroppo però ho un problema serio: odio la gente che spinge.
Di quelli che, in mezzo alla confusione totale e alla ressa più folta che tu non riesci neanche a muoverti, ti poggiano una mano o, i finti discreti, la punta delle dita sulla schiena e spingono.
Per suggerirti di andare avanti, ovviamente.
Grazie. No perché io ho improvvisamente scordato come si fa, ti prego squarciami la schiena bucami le costole e fammi separare le acque.

(Facendo filologia del mio disagio, il trauma forse risale a tanti anni fa quando la mia dolce progenitrice mi ha trascinato a visitare le catacombe nel periodo più sbagliato dell'anno, cioè il giubileo. Quei cunicoli erano pieni di nonnetti che c'avevano una gran fretta. Una in particolare mi spingeva con insistenza. Notoriamente le catacombe sono ampi open space, loft infiniti dove salutarsi di lontano, per questo la nonnetta voleva che mi facessi più in là e scavalcassi la gente, perché lei sapeva che oltre c'era un sacco di spazio.
Per me erano solo corridoi stretti in cui si va dritto pe' dritto. Tant'è che mi sono spalmata in un anfratto e le ho istericamente urlato "vada, vadaaaaa!" attirandomi l'odio suo e di tutti i presenti.
Che poi non so come ma all'uscita me la sono ritrovata di nuovo dietro.)

Ho un altro problema serio, odio le persone che per strada si fermano all'improvviso.
Di quelli che, per dare enfasi ai loro discorsi, per sottolineare le pause, i respiri e cercare la giusta illuminazione sul viso e il giusto pathos si fermano, preparano la rivelazione e io evito lo scontro al pelo.

Il mercato è PIENO di questa gente. In Grecia imparavo a contare in lingua (oltre che a classificare le olive e acquistare chili di rucola perché buonissima), mentre a Milano a conoscere nuovi animali.
Già, perché trovando rifugio dalle spinte (il "vada, vadaaaaa!" non sempre funziona) nell'angolo del banchetto di rosticceria, ho assistito a una conversazione davvero interessante.
Da Massimo offriva di tutto: patatine fritte, chele di granchio, polli allo spiedo, tacchini arrosto, anatre e pure faraone.
È il turno di un asiatico che chiede al forse signor Massimo, in un italiano incerto: "Scusi qual è la differenza tra l'anatra e la faraona?"
E il forse signor Massimo, che da buon milanese ossessionato dal lavoro mica può perdere tempo a star dietro a simili disquisizioni, dice: "Eh, la faraOna è come l'anatra però vOla."

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Cioè scusate, ma in che senso? Ma non è più simile a un tacchino?
Sono rimasta confusa molto a lungo, anche perché poi l'asiatico da buon uomo che vuol scoprire la natura profonda delle cose, continua: "Ma è sempre un chilo come l'anatra?"
E il forse signor Massimo: "No, prima sì però. Cioè cruda era un chilo, cotta non più."

…........................................................
Fatto sta che l'asiatico, che giustamente e come me del resto non c'ha capito niente, compra anatra e faraona e si allontana scrollando il capo e valutando a mano il peso delle buste per vedere se tutte e due facevano un chilo o meno.
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Chissà quali esseri mitologici conoscerò il prossimo sabato. #DaMassimoforever

mercoledì 9 aprile 2014

Storie di giovani: La Cina di Alessandra


C’è chi, come me, apre un blog perché non riesce a star ferma. O perché costretta a casa con punture e pasticche. (Fate voi) Quello spazio personale nasce come una scommessa, poi si trasforma. Ti trasforma. Le visualizzazioni crescono e gli amici reclamano altri racconti. I compagni di classe di tua sorella ti affibbiano nuove identità: <Daniela è una blogger?>. Magari. Io non sono nessuno. Se però essere una blogger significa ricevere il regalo di domenica, allora sì, lo voglio. Si tratta di una e-mail: il contenuto è ispirato dal mio post Voglio il conto in Cina.

Mentre leggevo, ero più che una definizione. Dalle mie vene era partito un arco di umanità diretto chissà dove. Ha bussato a tante porte, ma solo una si è aperta davvero. Le mie parole hanno trovato il loro nido in Alessandra Deidda.  Ed è presto colto il senso dell’incontro: l’esplosione del riconoscersi a vicenda pur non conoscendosi.

Ale, classe 1982, è un ariete doc. Forte e decisa, ha lasciato la Sardegna per lavorare a Shenzhen, Cina. La risposta al mio post è forse atto dovuto per lei che quella realtà l’ha vissuta. Ma soprattutto è dovuto perché si sente come me: dietro al tono scherzoso si cela, infatti, tanta amarezza.

A voi la lettera di Alessandra. Afferratela, fatela vostra, perché il coraggio di questa ragazza è un esempio per tutti. Specialmente per chi si è trovato sempre la pappa pronta. Ma perdonateli, perché la bellezza più profonda dell’esistenza non la concepiranno mai (e non sanno cosa si perdono, vero Ale?).

Daniela Melis

“Ho creduto alla stessa fiaba per anni. "L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro". Ci ho creduto talmente tanto che a 25anni avevo in tasca una laurea a pieni voti. Mi faccio un tirocinio all'estero, un po' di esperienza e torno a casa!
Mio padre a 20 anni con una qualifica poteva scegliere per chi lavorare: fare il  sacrificio di vivere lontano da casa (sì, perché Roma a quell'epoca era in continente) o stare in terra propria (qualche lira in meno ma abbastanza da mettere su casa e famiglia).
Con una laurea può andarmi soltanto meglio, no?
Mentre aspetti le offerte tra cui scegliere cominci a capire che il lavoro non busserà alla tua porta. Invii qualche curricula, 10/20 al giorno, aggiorni la mail ogni 2 minuti e alla fine la vedi:
                 Re-
                 "La ringraziamo per l'interesse nella nostra azienda, e le facciamo i complimenti per il                                suo curriculum. Al momento il nostro staff è al completo. Terremo il suo curriculum in          archivio e qualora saremo alla ricerca di una persona col suo profilo la ricontatteremo "
Alla prima mail pensi “wow, mi ricontatteranno”, alla terza pensi che il lavoro è alle porte, alla decima capisci che in quella mail c'è scritto
                Re-
                "Il suo curriculum non ci interessa. Ci faccia la cortesia di non rimandarlo"
Cominci a chiederti che razza di fiaba ti abbiano raccontato per anni. Non è che ti hanno mentito: è arrivata lei, e nessuno se l'aspettava. Mentre aspetti che la crisi passi ti fai qualche esperienza all'estero, poi tornerai in Italia e avrai esperienza da vendere.
Contatti mezzo mondo con il tuo curriculum, se non vuoi perdere tempo escludi qualsiasi paese che disti meno di 8 ore di volo dal tuo. E Cina fu!
Capisci come si viveva ai tempi della rivoluzione industriale, acqua e riso razionati, capisci che il letto a baldacchino è un lusso. In una camerata con letti a castello se puoi avere un letto a baldacchino significa che lavori nella stessa fabbrica di tuo marito e quel letto chiuso da una fitta rete tappezzata con tutti i tuoi oggetti è l'unico muro che racchiude la tua privacy. Vedi i tuoi figli una, due (se sei superfortunato) volte all'anno per una settimana al massimo, ma non ti lamenti, non ne hai le forze, non puoi.
Vedi vivere quello che più o meno ti hanno raccontato nella fiaba: cambi i-phone ogni 6 mesi, Gucci e LV scintillano, e la tua Porche affianca la piccola BMW.
“Ho visto tutto” pensi. Ho mangiato dalla ciotola, ho guidato la Porche, e sono ancora viva. No, non hai visto tutto, hai appena 30 anni!
Decidi di rimetterti in gioco, un cv dietro l'altro come ai vecchi tempi, ma questa volta il raggio si riduce a 1 ora di aereo, ed eccola li, arriva di nuovo!
                Re-
                 "Le facciamo i complimenti per il suo brillante curriculum. Al momento il nostro staff è               al completo, ma ci farebbe piacere incontrarla per un colloquio per discutere di un               tirocinio formativo (minimo sei mesi) presso la nostra azienda, al termine del quale     valuteremo se il suo profilo può essere inserito nel nostro database"
Ma al peggio non c'è mai fine
                Re-
                "Ma lei è sicura che riuscirebbe a vivere nella nostra città?"
Sgrani gli occhi, e rispondi:
                Re- Re-
                "Si senza problemi, ma di sicuro non riuscirei mai a lavorare con lei che non ha mai       messo piede fuori da casa sua"
Te lo devi!
É li che capisci che il lavoro te lo devi inventare da te. Te lo devi!”

Alessandra Deidda

sabato 5 aprile 2014

Il fashion food. Quando la moda ha pisciato fuori dal vaso


Si sa, Milano è la città della moda.
Tant'è che il mio affittuario greco in visita per la prima volta a Milàn, tra lo sconvolto e il divertito mi fa “even the old women are dressed in the puttanone style”.
Al rude e molto maschio occhio di Dimitrios, tutte le sciure dai 50 in su, belle agghindate e truccate, in tiro come giovincelle, paiono puttanone (una delle poche parole italiane che sa).
Si potrebbe obiettare a Dimitrios la sottile e decorosa differenza tra lo stile e il dissoluto; la libertà di mostrare la panza, anzi l'ombelico che il grasso a Milano non esiste; la quasi impossibilità di non subire il fascino modaiolo; le innumerevoli diversità tra la città e la provincia.
Ad ogni modo, sciure o non sciure, la fashionitudine qui è dappertutto. E si riversa su tutto. Pure sul cibo.
Già, perché i fashionisti pensano fashion, mangiano fashion e c...
sì anche quello.
Le vivande del fashionista, collezione primavera estate, sono:

I macarons

Dolcetto chic e raffinato, puro zucchero che fa tanto figo e tenerello al tempo stesso, soprattutto se ha toni di rosa e se lo dividi col tuo chiwawa.
Da gustare con discrezione, magari in numero dispari perché può capitare che al dodicesimo, totalmente in sollucchero, ti metti a fare door selection in pasticceria e impedisci l'accesso a tutti quelli che indossano blu e marrone insieme e che cominciano le frasi con “praticamente”.
Praticamente gli amaretti de' borgata. Più colorati però.

I cupcakes

Non sono più semplici e simpatici prodotti americani da forno. Sono diventati un brand, un modo d'essere. Il popolo fashion ha già iniziato la trasformazione. È ormai comune vederli indossare magliette raffiguranti cupcakes, scrivere su bloc notes a forma di cupcake, sostituire la foto del fidanzato su Instagram con foto di cupcakes, dormire circondati da cupcakes di forma fallica invece che col suddetto fidanzato.

Gli hamburgers gourmet

Sin dalla notte dei tempi l'hamburger è stato un alimento consumato da uomini rudi, triviali e che conoscono come unica fragranza maschile Pino Silvestre. Da cibo di fortuna a alimento fashion arricchito di aceto balsamico, scaglie di grana, salsa di ribes, affumicato al sigaro toscano, creme di melanzana,e costoso, maledettamente costoso.
Riprendiamoci la carnazza arrogante e cheap ed eliminiamo il gourmet, vi prego.

L'evergreen da sfoggiare in tutte le stagioni è la moda vegana che impazza, tanto che Kevin Bacon, nuovo adepto, frigna perché non gli fanno cambiare il cognome.
Ah poi ci sono le storie di Paola Maugeri che dice di aver fatto diventare vegano il suo gatto. Sì. Okay. Chè poi anche la gatta di mia sorella è vegetariana, per sua scelta però.

Ero scioccamente rimasta ferma alla folgorante rivelazione di non esser fighi se non si usa lo scalogno. Da qui a queste pornografie alimentari credo proprio di essermi persa dei passaggi sperimentali considerevoli.

Ilaria Mariotti


venerdì 4 aprile 2014

Lastr(ico)

Daniela Melis, 4 Aprile 2014 - La mattina ti svegli con le paranoie. Sarà l'aver sognato carne cruda. Mamma mi ha sempre messo in guardia: "è di malaugurio". Cugurra, la definirebbe qualche conterraneo ben pensante (Nel senso, io faccio presunti incubi nefasti, ma a portare noie è chi li interpreta). E infatti dimentichi l'impegnativa a casa. Torni indietro a prenderla. La Desulo-Fonni ti da emozioni. All'ufficio ticket ti accolgono con lo scazzo. Il tecnico di radiologia e il medico annesso avranno ormai fame. Sarò un buon pasto: rachitica, ma condita con pneumococchi.

Mi sento sorprendentemente fiera di me. Ho scoperto che da parte femminile, oltre che l'ansia, ho ereditato la capacità di auto infliggermi la sfiga.
Anche oggi abbiamo sostenuto lo Stato sprecando benzina.
Il sistema sanitario migliore d'Europa si è ciucciato altri 20€ (i secondi in una settimana; i terzi in un mese).

Rimpiango i tempi dell'antibiotico.

martedì 1 aprile 2014

Voglio il conto in Cina: giovani e lavoro oggi


A lavorare ho iniziato a 11 anni. Non in una fabbrica cinese, sia chiaro. Lo preciso perché possiate tirare un sospiro di sollievo, e per non innescare il putiferio di pensieri associativi: sfruttamento minorile, morti bianche, manodopera a basso costo.

A lavorare ho iniziato a 11 anni. E oggi starei meglio in una fabbrica cinese. Almeno i patti sono quelli: sgobbare 25 ore al giorno per una ciotola di riso. Ti assegnano un cubicolo condiviso. Ti dotano degli strumenti del mestiere: ago, filo e colle altamente cancerogene. Con queste ultime puoi anche sballarti, come fanno i teen-ager di mezzo mondo. Che fortuna: vitto, alloggio e droga a costo zero.