martedì 1 aprile 2014

Voglio il conto in Cina: giovani e lavoro oggi


A lavorare ho iniziato a 11 anni. Non in una fabbrica cinese, sia chiaro. Lo preciso perché possiate tirare un sospiro di sollievo, e per non innescare il putiferio di pensieri associativi: sfruttamento minorile, morti bianche, manodopera a basso costo.


A lavorare ho iniziato a 11 anni. E oggi starei meglio in una fabbrica cinese. Almeno i patti sono quelli: sgobbare 25 ore al giorno per una ciotola di riso. Ti assegnano un cubicolo condiviso. Ti dotano degli strumenti del mestiere: ago, filo e colle altamente cancerogene. Con queste ultime puoi anche sballarti, come fanno i teen-ager di mezzo mondo. Che fortuna: vitto, alloggio e droga a costo zero.




Va così in Cina. Non si fa retorica sui diritti umani. Non esiste ipocrisia. Lì non si rischiano incomprensioni tra sguatteri e datori di lavoro.

Per capirci, suggerisco un tour nell’inferno Italia. Nel limbo (scuola elementare) somministrano l’inganno: “Repubblica fondata sul lavoro”. Personalmente, ci credetti. Ahimè. Così fantasticai, e trotterellai: liceo, università, lingue straniere, erasmus, tirocini all’estero. Finita la corsa, fui costretta a lasciare ogni speranza: mi aspettava il girone “mondo del lavoro”. Quaggiù fraudolenza e cupidigia fanno da padrone.

Alla base fioriscono i famosi stage non retribuiti. È dura: si produce tanto, si impara a metà e si muore di fame. Poi gli annunci: “si richiede totale dedizione all’azienda, impegno massimo e serietà”, un pacchetto che vale 100€ di rimborso spese (wow). Piccoli favori si trasformano in impieghi full time: non si vede mai una lira. Ciliegina sulla torta, una pena che prevede l’invio di venti curriculum al giorno. Mediamente le risposte son le seguenti: nessun messaggio in arrivo; nessun messaggio in arrivo; nessun messaggio in arrivo; grazie, ma non hai esperienza; grazie, ma hai più di 25 anni; grazie, ma non hai asservito a nessuna multinazionale; hai presente dove cazzo vivi?; votando quella gente dove vuoi arrivare?; ti garantisco il posto, tu me la dai?; scusa, ma non sei abbastanza stupida.
Impera la frustrazione.


A differenza della Cina, in Italia si decantano i diritti umani e si dimentica la dignità. Qui un giovane non può ambire nemmeno a una semplice convivenza. Viaggiare e andare al cinema una tantum è proibitivo. Non è consentito fare l’amore senza pensieri, mettere al mondo un figlio, morire lasciando i soldi per pagare il funerale.

Ma io qui non ci crepo mica. Andrò in Cina, dove i cadaveri spariscono e le figlie femmine si ammazzano alla nascita. Almeno non subiranno il triste rito del femminicidio per mano del marito. Amen.

Sì, apro il conto in Cina. Voi fate come vi pare.

Daniela Melis