venerdì 29 agosto 2014

In vino veritas (è rosso)

Io il vino purtroppo non lo digerisco. Mi piace molto, ma non lo digerisco.

Quando mia cugina mi ha proposto una tre giorni di bevute in compagnia con tanto di attestato finale nella cantina sociale del paesello accanto al mio, ho pensato che il mal di pancia passa in fretta. E anche che avrei potuto arricchire e completare l'educazione Albanesiana che mi insegna che 'è rosso'.

Dunque ho intrapreso la via di Bacco per un approccio consapevole al vino e anche all'olio. Diventare una consumatrice attenta e informata era la storia che il mio super io raccontava all'es che già saltellava sui filari di uva...
... e che è stato prontamente punito e abbattuto alla prima tranche di degustazione oli con un rancidissimo e veramente cattivo olio della comunità europea (l'unione fa la forza, amen).

La degustazione consisteva in un percorso sensoriale e graduale dal veramente pessimo al veramente ottimo: sei cicchetti di oli il primo giorno, sei calici di vini il secondo, e, per concludere, spumanti. Bicchieri in cui immergere naso per cogliere profumi e bocca per cogliere piccantezze o dolcezze, aromi fruttati o speziati.

Esperti di olio un po' casinisti, enologi preparati e soprattutto antifrancesi (con tanto di francese presente ghettizzato all'ultimo tavolo, parbleu), ci hanno guidato all'assaggio e alla scoperta.
Precisando che la brocca vuota sul tavolo serviva per buttare via il vino, che doveva essere degustato, mica bevuto tutto.


Al mio tavolo:


  1. non ci siamo accorti della presenza della brocca se non al quarto giro di spumanti il terzo giorno, quando la realtà si svela chiaramente ai tuoi occhi e ti sembra facile persino vivere;
  2. pensavamo ci fosse stata acqua, dunque era chiaramente in attesa di essere riempita;
  3. avendo compreso la buona norma a Bartolomeo della Casa abbiamo obiettato indignati che NON SI BUTTA NIENTE, che ci sono bimbi che fanno la fame, il buco dell'ozono, ecc ecc.


A parte momenti epici che hanno scandito le degustazioni tra euforia sbronza generale, infamità contro gli champagne (i tappi erano tutti ammuffiti), gay che giustamente preferiscono il pecorino alla passerina, signora cinquantenne che asserisce che quel vino sa di vasellina (con conseguente sbigottimento dei presenti e sogghigno agognate di uomini); la scoperta maggiore è stata non solo il risveglio di papille gustative e sinestesie bombardanti di odori/sapori, ma soprattutto la rivelazione che l'abitudine si riversa anche sul gusto.
Ci siamo resi conto, infatti, che riconosciamo come migliori i sapori cui siamo abituati: pur percependo la bontà e la qualità, la nostra bocca pende verso il gusto che conosciamo meglio, quello che scegliamo continuamente.

Occorrerebbe dunque una lavanda gastrica mensile, di quelle effetto tabula rasa, che ti ripuliscono di tutti i pensieri, gusti, abitudini e manie insediatesi in 30 giorni.
Quanto tempo occorre perché una scelta, un gusto, un amore, diventi abitudine? Chissà.

E mentre mi alleno alla scoperta continua e all'ingenuità perenne vado a rivendermi l'idea di una macchina svuota abitudini a Christopher Nolan.

(Pure quella della vasellina a Woody Allen)

Ilaria Mariotti