giovedì 17 settembre 2015

Cibo e potere

Il mio frigo è pieno di cibo

Piccoli incontri quotidiani spesso portano a riflettere su grandi fenomeni mondiali. Questa volta è stato il mio frigo a parlarmi: pieno, gonfio di regali come verdure dell'orto di nonna, babbo e amici vari; paste e pasticcini; marmellate; frutta fresca locale; uova iper-locali; carne di cinghiale appena cacciata; ottimi formaggi; ecc mi fa capire che sono immersa nell'abbondanza. E in effetti, mi capita spesso di avere non poche difficoltà a fare fuori tutte le mie scorte. Eppure il cibo, che per me è una cosa normale, non è niente di banale. L'abbondanza di cibo, l'eccesso di cibo, l'ossessione da cibo è una cosa che riguarda solo una parte del mondo, compresa quella dove vivo io.

Fame, guerra, carestie e la ricerca del cibo perduto

La fame ha mosso e muove milioni di persone. Soddisfarla, insieme alla sete, è basilare per la sopravvivenza umana. Eppure ci sono persone nel mondo (dalla parte opposta alla mia, per intenderci) per cui assecondare questi bisogni primari e fondamentali è una corsa a ostacoli spesso fatale. Certo, a noi, che ogni giorno ci facciamo problemi inesistenti mentre deglutiamo delizie e tracanniamo tumori (ossia Coca Cola), può sembrare una cosa strana, ma non è niente di scontato. In realtà molte guerre nel mondo son dovute all'accaparramento delle poche risorse d'acqua in alcune zone. Oppure, come succede tra Israele e Palestina, le riserve d'acqua potabile vengono spartite in modo completamente squilibrato. Ovviamente a favore del più forte. E poi ci sono le carestie e le altre guerre che mortificano il territorio, tagliano la produzione e fanno scarseggiare le derrate alimentari. Le persone sfuggono alla fame, non possono comportarsi altrimenti: lo fanno per spirito di sopravvivenza che, volente o nolente, ci guida e ci spinge ad andare avanti.

lunedì 7 settembre 2015

Controvento in ferie in Sardegna

In Sardegna c'ero già stata 3 volte, ma sempre e solo a Cagliari (e un pomeriggio a Barumini). E la mia amica, che è della Barbagia, mi dice sempre che la Barbagia è il cuore della Sardegna, quindi che la Barbagia è la Sardegna selvaggia e vera. 
Quindi forse della Sardegna non ho mai visto una cippa.

Ma stavolta ho visto l'Ogliastra, e mi sembrava di stare ai Caraibi. E infatti ho mandato una foto a mio padre con scritto 'a me mi pare di stare ai Caraibi' e lui mi ha risposto 'l'Italia è sempre l'Italia'.
Ho girato un sacco di spiagge e di cale e sono stata travolta da un'insolito destino nell'azzurro mare d'agosto. E la cosa più bella delle spiagge è che l'acqua rimane sempre fresca e poi si vedono le montagne e non capisci se è solo costa oppure un assaggio dell'interno che deve essere enorme. 
E infatti sulla strada per Orosei ho incrociato i paesini e gli odori dell'interno... vivere su un'isola dev'essere strano però io non me ne sono accorta di essere su un'isola. 
Quando stavo a Ischia sì che me n'ero accorta invece. (I napolicchi arrivano anche qui e fanno i loro soliti show come destare nervosismo in una sagra dove si mangiano seadas e culurgiones pretendendo di cucinare volgarissime patate fritte con una sola padella per sfamare tipo 100 persone).


lunedì 10 agosto 2015

Vacanze in Grecia: la Calcidica sinonimo di felicità



Chi sa descrivere la felicità? Lo so, è un compito difficile, ma non impossibile, almeno per chi ha la capacità di provarla. Per quanto mi riguarda, è stato un anno in Grecia, più di qualsiasi altra esperienza nella vita, a farmi provare innumerevoli volte questo misterioso sentimento fino a portarmi a descriverlo (più o meno. Quasi). In Grecia, infatti, è bello viverci, ma ancor di più farci le vacanze. In quei momenti di relax e spensieratezza la cultura ellenica riesce a trafiggere l'anima sprigionando tutta la sua natura, che è fatta di libertà. Ci si sente come se non si avesse alcun limite. Ed è per questo che le sensazioni più belle, durante i viaggi in Grecia, si esaltano e tutto è amplificato.

giovedì 25 giugno 2015

Io non sono razzista, ma..


La trappola: io non sono razzista, ma...


Se l'avete finita a leggere quest'articolo, è perché il titolo vi ha ingannato. La trappola può aver agito in due modi diversi:

  1. credete che chi ha scritto il testo sia razzista, un cane, un bastardo della peggior specie e volete proprio vedere che cosa si cela dietro quel piccolo, rivelatore, ipocrita "ma";
  2. siete razzisti nel profondo dell'anima, ma vi hanno insegnato a essere moralmente corretti e, quindi, a nascondere tali sentimenti; avete dunque cliccato perché cercate un aiuto a esprimere il vostro punto di vista razzista senza essere definiti razzisti e quel piccolo, simpatico "ma" fa proprio al caso vostro.
La trappola del "io non sono razzista, ma.." ha agito su entrambe le tipologie di persone descritte sopra perché:

  1. la sottoscritta non è razzista, ma è una paraculetta. Mi diverto così tanto a leggere la frase "io non sono razzista, ma" seguita da una serie di giustificazioni che non starebbero in piedi nemmeno se fatte di cemento armato che ho voluto farne il titolo di un mio post.
  2. siete affetti da razzismo, cercavate qualcuno che la pensasse come o meglio di voi per pulirvi prima del rito domenicale e quel "ma" faceva al caso vostro.
Beh, i secondi son cascati male. Vediamo se i primi, invece, saranno d'accordo con me (vi vorrei un po' partecipativi).

martedì 9 giugno 2015

Il fascino del chioschetto

Da che mondo è mondo, se vuoi valutare la qualità mangereccia di un posto, la presenza dei camionisti è un ottimo metro di giudizio. Perché il camionista, uomo di mondo appunto, è una buona panza-forchetta che sa apprezzare la cucina più ruspante, casereccia e a buon prezzo.
E in Spagna per stabilire il posto che fa i migliori bocadillo de calamares basta contare le cartacce per terra: più cartacce ci sono, più gente ha apprezzato.
Altro che tripadvisor, basta pedinare i camion e guardare per terra.

Dunque oltre a progettare una guida locale andando a pranzo con i camionisti per un po', oggi rifletto sul fatto che le bettole più squallide sono sempre le vincenti. E per fortuna anche a Milano questi posti prolificano con gioia. Non so se stia andando di moda il popolare, basta che non diventi posticcio che non c'è niente di peggio del popular chic, e anche del cafon chic d'altronde.
Io che mi sono trasferita da poco in zona Brenta ho scoperto il chiosco "Pandy e Mucca" in piazzale Libia.

Il chiosco Pandy e Mucca_Milano (Fonte foto: pagina FB)

A parte il fatto che continuo a chiamarlo Mucca e Pollo per il cartone animato, c'è tutto quello che serve per passare la serata perfetta: tavolini di plastica con sedie di plastica senza pretese, birre da 66cl, panini super sfiziosi buonissimi e a prezzi ragionevoli, gente rilassata che sorride, personale rilassato che sorride, fiori, alberi, un piccolo parchetto con altalene per i bimbi e una Milano diversa che si fa amare di più e che, se hai culo, ti regala anche un rosseggiante tramonto.
Il pezzo forte è la carne di cavallo, e in clima di ansia Expo c'è pure un nuovo menu fantasioso.

lunedì 4 maggio 2015

Barbara Demuru, arte e moda in una t-shirt "Baptism"


Barbara Demuru è una giovane artista sarda. I suoi lineamenti dolci nascondono un'anima rock che si esprime a pieno nei suoi disegni. Essi ritraggono infatti vecchi, ma sempre in voga, protagonisti della musica, del cinema e dello spettacolo. Questo fascino per le grandezze delle epoche passate si riflette anche e soprattutto nel brand di t-shirt che Barbara ha creato per unire le sue  più grandi passioni, l'arte e la moda. Così con "Baptism Tees", grazie a delle magliette in perfetto stile vintage, l'arte di Barbara può viaggiare lontana evitando di impolverarsi appesa a un muro.

martedì 21 aprile 2015

L'insostenibile boria dell'essere


Sappiamo bene che i mali che affliggono la società contemporanea sono tantissimi: gli hipster, la dipendenza da smartphone, i pantaloni col risvolto, il botox, la vita d'ufficio, i prodotti finti bio, le scarpe alla moda che paiono scarpe correttive, eccetera.
Ma uno in particolare è il più subdolo e il più pericoloso di tutti. 
Esso rifugge pure la definizione univoca e va declinandosi in varie attitudini: boria, eccessiva autostima, non consapevolezza dei propri limiti, non consapevolezza del contesto, presunzione, cecità nei confronti dell'altro con cui si interagisce e altro ancora.
Io per comodità, questo problema che individuo spesso, lo etichetto come 'la gente si prende troppo sul serio'

A partire dal fatto che 'la gente si prende troppo sul serio' si scatenano reazioni a catena i cui effetti qualcuno dovrebbe studiare per elaborare una teoria e dare fondamento scientifico a sta zavorra.
Gli approcci cui guardare poi, sono molteplici: storico, sociologico e perfino antropologico.
Se il primo passo per elaborare una teoria scientifica è il raccoglimento di dati, procediamo pure con la fase empirica.

lunedì 13 aprile 2015

Touragogo: Jolao rivoluziona il mondo del turismo


Chi parte da solo, per studio, per lavoro, per vacanza, sa che non è il territorio a fare i luoghi, ma le persone. A confermarlo, la storia di Jolao Antonio Sulis, 28 anni, 60 Paesi visitati e una visione del turismo alternativa. Le numerose esperienze gli hanno insegnato che ogni viaggiatore può trasformarsi in esploratore se guidato dagli autoctoni. Per permettere a tutti di rendere autentica la propria permanenza fuori, Jolao ha fondato "Touragogo", un portale dove si incontrano la domanda e l'offerta di "tour" gestiti dai locali.















Viaggiare secondo Jolao


Touragogo fornisce servizi concreti perché nasce da vicende concrete. Jolao è un vero globetrotter. Grazie all'Erasmus, il MAE-Crui, l'Assocamerestero, il Globus ha vissuto a Bucarest, Londra, Pechino per poi approdare a Seoul, dove ha concluso i suoi studi alla Yonsei University. Da qui ha raggiunto le località più remote e insolite, incontrando altri nomadi del XXI secolo che gli hanno confermato l'utilità di un sistema come Touragogo.


Come funziona Touragogo: Tours by locals


Nell'era digitale il passaggio tra la scelta della meta e il come raggiungerla si risolve in pochi click: bastano piattaforme come Skyscanner per prenotare qualsiasi trasporto in qualsiasi parte del mondo; mentre in portali come Airbnb, dove i privati affittano i propri spazi liberi, si trovano ottimi alloggi a basso costo. Touragogo, invece, risolve il più intricato problema del "cosa fare in vacanza". Sul portale il turista può cercare la sua destinazione e accedere a una lista di tour, escursioni e visite guidate, organizzati da persone del luogo. Si può prenotare, pagando con carta di credito o PayPal, prima della partenza o una volta giunti a destinazione dal proprio cellulare. Il vantaggio per il turista è quello di trascorrere vacanze uniche sfruttando la conoscenza del territorio degli autoctoni; mentre le guide locali, che inseriscono gli annunci gratuitamente sul sito, possono vendere i propri servizi a un nuovo, più ampio bacino di turisti.


Turismo alternativo con Touragogo 


Jolao ha collaboratori a Parigi, Barcellona, Seoul, Bangkok che si stanno muovendo per promuovere Touragogo ed educare le persone a viaggiare in modo alternativo. Poiché ogni luogo è bello perché ha le sue particolarità, il team di Touragogo incentiva le esperienze giuste per quella città o regione. Ad esempio, a Parigi ci si concentrerà soprattutto sulla vita notturna, in Italia sull'eno-gastronomia. Jolao, oltre che gestire questo esercito globale, si impegna infatti a far conoscere il suo progetto in Sardegna, la sua terra. Qui sta contattando i produttori di vino sardi. Il fine è quello di creare una mappa di cantine i cui titolari vogliano accogliere turisti curiosi di assaggiare quel vino e conoscerne la storia. In questo modo il produttore, liberandosi dalla morsa dei tour operators, guadagna dalla visita sia in termini di denaro che di visibilità.


Una vita in viaggio con Touragogo


Jolao con Touragogo realizza due sogni: offrire alle persone un servizio turistico che prima non esisteva e creare un business globale che gli permetta di vivere dappertutto. Questo è essenziale per costruirsi un network umano, arrivando laddove internet, skype e altri mezzi di comunicazione online non arrivano. Jolao è convinto, infatti, che si possa crescere solo percorrendo determinati itinerari, conoscendo luoghi, ma soprattutto persone che la pensano esattamente come te e che difficilmente si incontrerebbero in un ufficio, dove si accumulano solo competenze e noia.

Due nomi, doppia garanzia: Jolao e Touragogo


Il nome Jolao potrebbe suggerire qualcosa di esotico: in realtà non c'è niente di più sardo. Chi conosce la mitologia sa che Jolao, nipote di Eracle, giunse in Sardegna. Qui coltivò terre e costruì città. Se è vero che ogni nome ha il suo karma, la fase attuale di creazione e semina del nostro Jolao non potrà che trasformarsi in qualcosa di duraturo: una vera rivoluzione nel mondo del turismo che presto sarà di uso comune. E questo, è anche ciò che gli auguriamo!

Ps: Touragogo è global e, quindi, social. Lo trovate su: Facebook, Twitter, Google+, Instagram, Pinterest e YouTube. Per fornire o acquistare tour in tutto il mondo, basta registrarsi su Touragogo.

Buone vacanze a tutti!


Daniela Melis

giovedì 26 marzo 2015

Cultura americana


BROKE USA _ Picture by Oliver Rath _ Rath Photografie


























"Abbiamo tutti un’immagine mentale delle maggiori nazioni del mondo, più o meno precisa, ma nessuna così vasta, dettagliata e carica di miti come gli Stati Uniti. Un viaggio negli States è un continuo gioco di specchi fra quel che sappiamo e quel che vediamo. Finisce che per riuscire semplicemente a vedere dobbiamo fare un certo sforzo – e chi ce lo fa fare se siamo in vacanza?
Mesi, se non anni, delle nostre vite sono stati dedicati interamente a guardare film e telefilm di americani che fanno cose americane in America (ed è chiaro che dicendo così non pensiamo al Messico o all’Argentina. Il nome intero, ‘Stati Uniti d’America’ suona vagamente ironico: ‘Sono andato in vacanza negli Stati Uniti d’America’). Lo Studio Ovale del Presidente degli Stati Uniti d’America ci è più familiare dello studio del Presidente del Consiglio italiano. Sappiamo esattamente in quali quartieri di New York è pericoloso camminare di notte (o pensiamo di saperlo, che non è la stessa cosa). Le avventure che potremmo avere in un bed & breakfast a Siena non saranno mai all’altezza di quelle che potremmo avere in un motel sperso nel nulla della Route 66. Viviamo in case dove non si può ambientare una sitcom. Se fossimo nati in America sapremmo l’inglese. Se fossimo nati in America avremmo vinto una borsa di studio per il college grazie al football. Se fossimo nati in America tutti riconoscerebbero i nostri meriti. Se fossimo nati in America saremmo molto più reali"
Qualche tempo fa mi son ritrovata sotto gli occhi queste parole tratte dall'articolo Americana 1 (consiglio a tutti di aspettare il seguito) del blog "Nightreader". Non posso non essere d'accordo con l'autore, Stefano Trucco, sul fatto che le nostre vite sono, purtroppo, impregnate di cultura americana.

Dico "purtroppo" perché il famoso "American Way of Life", insinuatosi nelle nostre case attraverso film e telefilm, come descritto sopra, ci ha fatto credere che la realtà, quella bella, quella "vera" che tutti vorrebbero, sia quella degli USA, composta dai seguenti elementi (più o meno in ordine cronologico):

  • studentello impomatato / studentessa cheerleader,
  • cocainomane uomo in carriera / "tette rifatte" donna in carriera,
  • sorridente (spesso di plastica) famiglia americana. 

Ma quanto c'è di grandioso in questo sogno chiamato (Stati Uniti d') America? Cosa ho io, nata in un paradiso terrestre, da invidiare a un americano? Un po' mi fa incazzare che gli ingessati di Wall Street abbiano diffuso finti sogni di successo (come se poi stare a strillare tutto il giorno strozzati da una cravatta fosse sinonimo di felicità, mah) e che, quindi, l'immagine degli USA che arriva sino a noi sia fatta di opulenza e beatitudine. Io, un po' per molte scelte politiche dei suoi governi (specialmente in politica estera), un po' per la prepotenza industriale, un po' perché non tutti gli americani vivono come il Grande Gatsby (questo credo sia chiaro a chiunque) non riesco a vederci niente di così invitante. Inoltre, credo che la cultura americana, intesa come usi e costumi di un popolo, abbia un gap enorme che non dovrebbe farcela bramare poi così tanto. Scopriamolo in pochi passaggi.
























Premessa

Ci sono fattori culturali americani di stampo artistico, musicale, letterario e, soprattutto, fattori tecnologici che devo riconoscere loro. Non amo generalizzare, in effetti, e non voglio spingere la mia critica verso tutto ciò che è americano. Tuttavia trovo che in mezzo a cotanta bellezza fatta di Fitzgerald, Lou Reed, Warhol e avanguardie tecnologiche ci sia un elemento abbastanza, prendetemi alla lettera, "disgustoso". Se lo portano dietro da secoli, quindi è storico; li accomuna tutti, quindi è generale; fa parte della loro quotidianità, quindi è culturale: si tratta del cibo.

Spiegazione

Siete d'accordo che la cultura di un popolo è anche quella culinaria? Bene. Allora mi spiegate cosa ho io, specialmente in questo caso, da invidiare a un americano? Ma veramente vorreste farvi travolgere dalla cultura americana per trangugiare hamburger transgenici intasati di salsa e hot dog malsani per tutta la vita? Dio ce ne scampi e liberi! E tutte le altre schifezze tipo la corrosività di una Coca Cola o la volgare dolcezza dei mashmellows? Mi piacerebbe dissuadervi dal McDonald's e da ogni cibo americano con un piccolo racconto, se me lo concedete.
Nottingham, Inghilterra, 2009. Ero una povera studentessa Erasmus e fui invitata a una cena per il Giorno del Ringraziamento organizzata dalle 3-4 ragazze americane del vicinato. Partecipai. A un certo punto apparì sulla tavola una teglia di patate con sopra qualcosa che, al primo sguardo, poteva sembrare besciamella. In realtà non si trattava di questo: le American Girls avevano fatto bollire delle patate americane (per chi non le conoscesse, sono arancioni e dolcissime); una volta cotte, le avevano tagliate a fette e messe su una teglia; la tortura finale per questo errore della natura fu metterle in forno con una pesante spolverata di mashmellows che, una volta sciolti, crearono una patacca bianca e iper-diabetica sulle già iper-diabetiche patate americane. No, vabbé, ragazzi, datemi per sempre quella è stata definita "l'inciviltà" del maialetto arrosto, ma le patate dolci con i mashmellow, no. Che schifo, cazzo. Son vomitevoli.



Conclusione

Se la cultura di un popolo si vede dal cibo, quella americana non riesco a definirla "cultura" a 360°. Tempo fa, discussi quest'argomento in un articolo che vi lascio qui, pronto all'uso, pronto alla lettura, pronto allo sdegno di chi non la pensa come me. A tutti voi, con affetto, Quanta cultura in una mug cake, una storia che racconta la terrificante American Way of Food. Buon divertimento!

Daniela Melis



martedì 17 marzo 2015

Come diventare blogger

E, soprattutto, perché diventarlo. 


Foto di Silvia Todde Photography

In principio era il caos.


A me scrivere è sempre piaciuto. Forse è stato un metodo per contrastare la solitudine, o semplicemente per parlare con qualcuno che non fosse un mondo che non mi capiva. E quindi scrivevo, scrivevo dappertutto. Foglietti, quadernini (persi e mai ritrovati - Dio li abbia in gloria), carta strappata da un libro di scuola, vecchi diari abbandonati a prender polvere nella mansarda di nonna: ecco dove finivano i miei pensieri, le considerazioni sul mondo e le paure dell'adolescenza. Di una cosa però son sempre stata certa: i pensieri son la cosa più cara che abbiamo. Poiché durano un secondo, vanno riportati in fretta e poi sviluppati con calma. Non possiamo abbandonarli a carta biodegradabile scritta con matita altamente cancellabile. No.

Foto di Silvia Todde Photography

Già, in principio era il caos, poi arrivò la tecnologia.


Grazie ad essa tutto è ordinato e al sicuro: i documenti salvati sull'hard disk, le note sull'iPad, l'iPhone e, soprattutto, la possibilità di crearsi un blog. Luogo ideale dove annotare (perché ovviamente esiste anche la app per il cellulare), sviluppare e diffondere celermente quei fulminei pensieri, offre la possibilità di legare ad essi foto e video, nel caso le sole parole fossero incomprensibili ai più. Notavo con curiosità il proliferarsi di questi fenomeni: <fichi>, pensavo, ma io non ci capivo un cazzo. Tuttavia con la ricerca Google avevo, e ho, un'ottimo rapporto e così trovai presto i consigli di svariati blogger. Infatti il web brulica di esperti che scrivono trattati su come creare un blog, quale piattaforma preferire, perché crearlo e tutti i più impensabili consigli agli aspiranti blogger (per chi si vuole informare al riguardo, ecco un ottimo articolo della "Dirty Work" web agency di Cagliari: "Cosa sono i CMS").

Foto di Silvia Todde Photography

Forte di tanto sostegno (nella vita reale forse non ne ho mai avuto tanto) decisi di iniziare la mia avventura online. Per cui la formula si trasformò in questo:

In principio era il caos e poi fu il blog.


Un anno è passato e io festeggio i miei pensieri digitalizzati. Se sono diventata una blogger? Non lo so, però qualche consiglio ve lo posso dare. Prima di tutto niente deve capitare per caso, che è esattamente quello che feci io. Il pallino del blog mi tormentava da tempo, ma come momento ideale per partorirlo scelsi la mia quarantena da broncopolmonite. Così, stordita e abbastanza fatta di antibiotici, mi diedi alla creazione materiale del blog, senza uno schema preciso o un'idea sulla grafica. Non rispettavo le parole d'ordine:
  • programmare;
  • avere un tema definito;
  • targetizzare.
In realtà di queste tre obbedivo solo alla seconda, ma tratteremo questo argomento nella prossima puntata.

Foto di Silvia Todde Photography

Per il resto, per essere una blogger, bisogna solo essere scemi abbastanza da voler scrivere cose serie in modo ironico; da voler spezzare ciò che ferisce dentro con frasi spiritose. Così la gente ride e pensa "che pazza Daniela!", "Ilaria è pure più folle" e non vede quanta amarezza si cela dietro scritti come "Voglio il conto in Cina""Les miserables", la massima espressione del fatto che, specialmente al Sud (come diceva saggiamente qualcuno), è molto difficile slegarsi dalle paure che ti impartiscono da bambino, insegnandoti a non sognare.

Ma a sognare bisogna imparare, perché per diventare blogger bisogna anche saper guardare a cosa e quanto il tuo blog può servire: guadagnare (mmh); mettere in mostra le tue capacità; raccontare le tue avventure sperando che qualcuno ci rida su; criticare ciò che hai sempre odiato rischiando una denuncia; raggiungere chi la pensa come te e sentirti finalmente "capita", come accadde con Alessandra; o semplicemente esprimere il malessere interiore (possibilmente evitando di deprimere il prossimo).

Foto di Silvia Todde Photography

In me è proprio quest'ultimo punto a premere. In fondo, qual è il motivo per cui son stati scritti tanti libri?  Perché le persone sentono il bisogno di scrivere? A cosa serve mettere nero su bianco i propri pensieri?
Scrivere è stato da sempre un modo per esorcizzare, per svuotare la mente riempendo le pagine e, contemporaneamente, il cuore di gioia. “Scrivi in modo forte e chiaro ciò che fa male”: ecco cosa diceva Hemingway. Ed è inequivocabile che questo servisse come catarsi allo scrittore e a riconoscersi in quel dolore, in quelle emozioni tristi al lettore.

Ok, io purtroppo non sarò mai Hemingway e nemmeno una scrittrice. Tuttavia, la scrittura, al pari della lettura, mi è sempre servita come rifugio, come mezzo per custodire i miei pensieri che, tuttora, non vengono capiti altrove. Il mio modo di conservarli non è stato scrivere un libro: purtroppo non sarei in grado. Certo, mi sarebbe piaciuto girare per i mari con una macchina da scrivere; e anche, stile Arturo Bandini, andare a spasso con un taccuino nella tasca della giacca, sedermi in un bar a L.A. e fingermi assorta a cagare un pensiero. Io, però, appartengo all'era tecnologica e qui certe cose son considerate obsolete. Qui l'ispirazione sarebbe interrotta dal selfie di turno da postare su Facebook con scritto: <Fottetevi tutti>. Eppure manifesto il mio rispetto per la tradizione portando sempre con me una Moleskine (in borsa, però, ché a tenerla in tasca mi sentirei disonesta per l'inevitabile effetto seno grande), ma non basta come cassaforte.

Foto di Silvia Todde Photography

La soluzione per i miei pensieri l'ho trovata, appunto, in uno spericolato blog. Spericolato perché se ne sbatte di fare concorrenza; perché non guarda alla massa, ma si è dimostrato essere un po’ di nicchia; perché è piccolo e cattivello, per distinguersi dagli altri. Un blog non ordinario: semplicemente la mia casa e quella di chiunque si riconoscerà in esso.

Per cui, non mi resta che dire:

Buon compleanno, Controvento! 


E voi, cari lettori di una blogger, vi siete mai riconosciuti nelle storie di Controvento (Racconti di Incontri)?

ps: le foto, scattate al Peek-A-Boo di Cagliari, son della bravissima Silvia Todde e anticipano una nuova sezione di Controvento che inaugureremo a breve. Provate a indovinare di che si tratta.

pps: questo post non si autodistruggerà nei prossimi 5 secondi, ma avrà un seguito con nuovi consigli e curiosità. Chi ci sarà?

Daniela Melis

lunedì 9 marzo 2015

Un teatro SocialMente instabile


Usiamo Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest, YouTube e What's up. 
Ci facciamo selfie, scriviamo copy accattivanti, siamo blogger, influencer, poser, trendsetter. Siamo social.
Perché se non sei social non esisti.
Passiamo le giornate davanti a uno schermo: la mattina spegniamo la sveglia sul telefono, togliamo la modalità aereo e aspettiamo il bip delle notifiche. Mentre facciamo colazione spulciamo le news, in metro occhio al telefono o iPad, a lavoro siamo 8 ore seduti davanti al pc e poi la sera davanti alla tv o al computer ancora.



Il vivere social ci ha cambiati. E come siamo diventati? Ossessionati, catatonici, asociali, esibizionisti, voyeur, dissociati. Il nostro ego si è espanso e curiamo la vita virtuale come fosse la vetrina della nostra anima. E a volte qualcuno s'incasina e diventa più bravo a vivere il sé virtuale. Perché protetto da uno schermo si riesce a 'essere' meglio. Diretti, sinceri, cattivi o disinibiti.
Abbiamo perso il diritto di dimenticare qualcuno, perché i social ci impongono la presenza e anche se eliminiamo una persona poi ci ritroviamo a fare i conti con i tag, le foto degli amici in comune e col riempimento automatico. 
Abbiamo perso il diritto al silenzio, perché anche se non concediamo risposte la visualizzazione spinge all'accusa, e quando lo riceviamo, il silenzio dico, è difficile da buttar giù perché la chat impone botte e risposte.
Siamo affetti da nuovi disturbi e soprattutto malati di solitudine e alienazione.

Tutto questo si può rappresentare?

Incontriamo una persona che l'ha fatto.
Francesco Alberici, 26 anni, è un attore di teatro e vive a Milano. Assieme a Claudia Marsicano ha dato vita alla Frigo Produzioni. La loro opera prima è SocialMente. Entrambi sono in scena e hanno firmato assieme la regia, mentre la drammaturgia è opera di Francesco.



In scena ci sono, appunto, Lui e Lei. Due ragazzi normali, normalissimi, due ragazzi che potremmo essere noi. In scena con Lui e Lei ci sono una televisione con lo schermo illuminato, il cui bagliore il pubblico vede da dietro, un divano e un grande frigo blu con il simbolo di Facebook. Basta, perché basta questo per vivere: una connessione internet.
Lui e Lei non si guardano mai negli occhi e si parlano solo per 'oh' 'eh', alla luce dello schermo che te li fa apparire un po' spettrali.

Lei riprende le sue abilità per metterle su YouTube e poi si perde nella ripetitività del vortice delle prove, lui ha sui 5000 amici su Facebook ma nessuno che gli dica ciao, e nessuno che se lo scopi soprattutto. E quando tenta l'approccio lo fa in modo molto schematico, ragionato, quasi nazista nel dividere la sessualità per categorie (milf, bondage, per esempio) per poi esplodere di rabbia quando non c'è verso di averne.
E da lì è un crescendo di surriscaldamento dei corpi esposti agli impulsi social che porterà a una risoluzione forte.



In un'allucinazione continua scorrono i sogni di successo e gli incubi di fallimento di due soggetti desiderosi di essere ma incapaci di farlo.
Lo spettacolo, che vince il premio teatrale Borsa Pancirolli, è retto da una poetica volta ad esplorare il grado zero delle dinamiche di relazione interpersonali.
Francesco ci spiega che gli elementi principali di questa scelta poetica sono la compressione del testo, quindi del linguaggio utilizzato, che si riduce a un susseguirsi di mugugni e sproloqui, e la messa in scena di un ininterrotto stato allucinatorio nel quale si muovono i personaggi. 

Con Socialmente si ride, si ride tanto e poi ci si guarda e ci si chiede noi a che punto siamo. 
Ma dato che non voglio fare spoiler, se siete in zona lasciatevi sconvolgere (e se non lo siete ma li volete dalle vostre parti proponete ai teatri delle vostre città di darci un occhio). Ecco il calendario del tour ed ecco il link al sito, buona visione e al prossimo incontro!

Ps: su Francesco, Claudia, SocialMente e i loro prossimi spettacoli c'è molto da dire, quindi se l'argomento merita un like, aspettatevi a breve un altro post!

Ilaria Mariotti

martedì 17 febbraio 2015

Donne e femminismo d'oggi


Ovviamente non sono Emma Watson (sigh).
Non ho più 24 anni, non sono mai stata ambasciatrice del settore UN alle Nazioni Unite, non ho mai visto le Nazioni Unite se non in tv, e soprattutto non sono figa.
(Però Harry Potter l'ho letto - non tutto, ma ho visto il film. Vale?)
In comune con Emma, comunque, ci sono le recenti riflessioni sul femminismo e su cosa voglia dire essere femministe oggi.
Dunque, il mio intervento da ambasciatrice alle Nazioni Unite suona così:

Ciao a tutti,
bando ai pipponi filologici, storici e politici sugli ismi e diamo per scontato che sappiamo bene tutti cosa voglia dire la parola femminismo, anche perché siamo alle Nazioni Unite e qui sono tutti cervelloni.
Voglio raccontarvi un incontro capitatomi mesi fa. Su Facebook mi arrivò un invito curioso, un invito a, cito:
Un laboratorio sulla sessualità femminile, autogestito, gratuito e aperto a tutt@. Un'esperienza di esplorazione e apprendimento collettivo, un luogo in cui riappropriarsi del proprio corpo e del piacere e ridefinire i limiti del linguaggio e dell'educazione.

Tanta roba insomma: sessualità, autogestione, aggratis, chiocciolina ambigua, il corpo, il piacere. In pratica un revival degli anni settanta, a Bologna poi.

Sicché, soffocando la mia paura anni 2000 di ritrovarmi in un circle time di nostalgiche degli anni settanta che urlano slogan del tipo 'l'utero è mio e lo gestisco io!' mi presentai al primo incontro, quello che doveva spiegare cos'era il laboratorio.

E così mi ritrovai sulla destra del circle time a cercare di capire dove mi trovassi e perché, ma tutto mi venne spiegato con la formula inclusiva/esclusiva del fight club, ovvero: tendenza a non dire troppo perché non si può (poi ovviamente avremo capito perché), e pressione psicologica sul fatto che fosse un percorso da affrontare in gruppo sulla base di un safe place da costruire.


Sicché, attirata dal safe place/copertina di Linus/regressus ad uterum soffocai la mia paura anni 2000 e ritentai un secondo incontro, perché il mio animo zen mi suggerisce di andare in fondo all'essenza delle cose ('ma in pratica che si fa in questo fight club di femmine?!').

E mi ritrovai sempre sulla destra del circle time a leggere le regole del laboratorio:


  1. prima regola del Sessfem: vietato parlare al di fuori del Sessfem delle cose dette nel Sessfem,
  2. seconda regola del SessFem: vietato flirtare all'interno del gruppo,
  3. terza regola del Sessfem: sforzarsi di ripristinare il lontano defunto genere neutro del linguaggio, per cui quando si raccontano le proprie esperienze non dire 'il mio ragazzo', 'la mia ragazza' ma 'la mia persona, la mia dolce metà' et similia, e per lo scritto utilizzare quella simpatica e neutra chiocciolina.



E la mia paura anni 2000 nell'ala destra del circle time si materializzò tutta:
  • Fight club ce l'ho e a tratti può essere divertente (ma non andava a finire male?);
  • il divieto di flirtare incomprensibile (non è che io decido a priori di flirtare o meno, capita se c'è l'occasione e se mi va e già la regola imposta di non farlo ti fa venir voglia di fare una cosa a cui non stavi nemmeno pensando);
  • per il linguaggio neutro mi s'arriccia la lingua (anche perché il mio animo zen è pure polemico dunque perché obbligarmi a scelte linguistiche che la lingua stessa, strumento vivissimo, ha rigettato? E se siamo tutte donne perché ostinarmi a scrivere/dire 'tutt@'? Perché non posso dire 'tutte'? Qual è il problema? E appigliarsi a queste cose per dire che il linguaggio è maschilista è piccioso e pure ridicolo).

La mia paura anni 2000 fece il botto all'assegnazione del compito settimanale ovvero: colora la tua fica.
Niente body painting, ognuna doveva scegliere un foglio su cui erano disegnate vagine e poi colorarla a casa.


Siccome sono zen, polemica e pure capricorno io ci tornai una terza volta a questo laboratorio perché devo proprio sbatterci le corna sulle cose (e perché volevo capire a cosa servisse colora la tua fica, a dirla tutta).

E la terza volta, sempre alla destra del circle time, capii che colora la tua fica non aveva senso alcuno se non quello di divertirsi con colori e pennelli (ma non lo facevano già Giovanni Muciaccia e Dodò?!). 
Al che, tentai, nella pausa, di far due chiacchiere con qualcuna e puntai la ragazza dall'ego smisurato, quella che si era fatta fotografare la fica dal suo ragazzo (pardon la sua dolce metà) e poi l'aveva disegnata, colorata e mostrata a noi (wow che gesto sovversivo e rivoluzionario).
Le chiesi banalmente cosa facesse nel tempo libero e lei mi rispose che ballava il tango, MA si infastidiva perché il tango è un ballo sessista e lei, che ha un carattere dominante, non si lascia mica condurre. Perciò a Roma, sua città di provenienza, andava in un centro sociale a fare queer tango dove puoi scegliere, a prescindere dal tuo sesso, se fare l'uomo o la donna.

Oggesù. Ma quindi quando a 12 anni ai compleanni ballavamo le canzoni dei Backstreet Boys abbracciate con le amichette stavamo a rivoluzionà il mondo e non ce ne siamo accorte? 
Ma quindi l'uomo che conduce è cattivo e dominatore e la donna è una volubile troia per tutte quelle smorfie che fa?

Opzioni di risposta:
  1. Acidità violenta: 'Cazzo, se hai problemi col cervello vai a fare tip tap';
  2. Lezioncina pedante: 'Il tango, cara ragazza, non è sessista. Il tango è, notoriamente, come molti balli di gruppo, un ballo di corteggiamento e seduzione e il corteggiamento e la seduzione passano nel corpo dell'uomo e della donna in modo diverso perché l'uomo e la donna sono diversi e questa è la vera bellezza dei sessi. La danza usa il corpo come codice espressivo, dunque, dato che uomo e donna hanno corpi diversi i movimenti che possono e non possono fare sono diversi. Per questo il corteggiamento nel tango nel corpo uomo è la potenza virile di un braccio che ti cinge la vita con trasporto e nel corpo donna è la movenza sensuale e sinuosa. Ti faccio uno schemino?'
  3. Optai per la 3: '... ... ...'  sguardo basso nel vuoto e switch di persona, per la paura pesante del pubblico linciaggio femminista (non è codardia, è che c'ho i polsi piccoli e insulsi).

La mia paura anni 2000 fece un doppio carpiato con la consegna del nuovo compito settimanale: push your gender.
Spingi il tuo genere, ovvero boh. Per spiegarcelo ci dissero che una ragazza aveva provato per una settimana a far pipì in piedi e un'altra aveva giocato con gli stereotipi dell'oca e del maschiaccio.


E lì scatenai i miei dubbi ponendo una domanda diretta (in realtà l'ho scritta via mail, sempre a causa dei miei polsi insulsi): qual è il significato di questa pratica? Perché, visto che sono in pace con la mia identità di genere, devo spingere il mio genere? A quale limite poi? Qual è il senso? Se ho una vagina perché non devo fare pipì seduta? È così comodo poi.
Ebbene fui invitata ad abbandonare la mia razionalità e visto che stavo in pace col mio genere (equilibrio e consapevolezza d'identità dissero) fui invitata a non fare l'esercizio.
Ma io non stavo mica chiedendo l'esonero, stavo chiedendo il senso di tutto questo. Evidentemente non c'era nessun senso, oppure dovevano ancora capirlo, oppure non ero abbastanza confusa, non pensavo di essere gay o bisessuale, fatto sta che non seppero rispondermi. 

Beh care le mie Nazione Unite, voi come le vedete queste femministe di oggi? 
No perché se questo è essere femministe nel 2015, cioè giocare a fare Simone de Beauvoir e pensare che incendiare un reggiseno sia un gesto rivoluzionario, allora mi viene l'orticaria. 
Perché il femminismo è tutta un'altra conquista.
E perché siamo nel 2015, e le conquiste e il linguaggio con cui si lotta vanno di pari passo con la storia che evolve.



Oh io c'ho dato su al terzo incontro (paventando un corso d'inglese, sempre per la storia dei polsi) magari dal quarto in poi era tutta n'altra cosa... 
Ah già che ci sto saluto la mia famiglia e tutti quelli che mi conoscono.
Xoxo, fate l'amore non fate la guerra, peace and love, yes we can, soprattutto tu Barack, accanna ste animosità e #staisereno"

Ilaria Mariotti




lunedì 2 febbraio 2015

Big eyes: l'arte de "Le amiche di Freya"

La famiglia Crobe-Bachmann fotografata da Gabriele Doppiu





















Freya Lucia è una bambina dai capelli dorati e i grandi occhi vivaci. Curiosità scoppiettante e fervida immaginazione, a soli cinque anni è già una musa. La mamma Sara, danese, e il papà Gianni, sardo doc, si ispirano a lei per dipingere quadri che toccano il bimbo che c'è in ognuno di noi. La produzione artistica della giovane coppia nasce per caso tre anni fa: mentre Sara ultimava il disegno di una principessa con matite colorate e acquarelli atossici, a Gianni venne in mente di renderla su tela e incorniciarla. Il risultato fu sorprendente e "Le amiche di Freya" iniziarono a far parte della vita della famiglia Crobe-Bachmann, per poi farsi conoscere da un pubblico via via più ampio.

Galana e Gudrun: l'unione della cultura sarda e quella danese. L'immagine trova ispirazione nel tema dell'amicizia e dell'unione.

I dipinti son un chiaro omaggio all'infanzia e alla sua innocenza: la posa frontale tipica degli abbozzi dei bambini, lo sguardo pulito e dolce, la visione bidimensionale della fanciullezza e, soprattutto, gli occhi grandi, come quelli che Sara disegnava da piccola.

La collezione più recente è dedicata alla Sardegna, la terra che Sara e Gianni, conosciutisi a Firenze, hanno scelto come "casa". È qui che Freya cresce tra i mirti, i lentischi, i corbezzoli; che si dondola in un'altalena annodata nei rami degli olivastri; che ammira dalla terrazza la campagna che precede l'ampio golfo di Olbia e il mare.

Gli artisti son particolarmente affascinati da tessuti, colori e ricami degli abiti sardi. Tanta è l'ammirazione per Antonio Marras e Paolo Modolo, ma l'interesse per la cultura sarda non si limita alla moda. La ricerca è tout court: passa per le cartoline d'epoca, le piastrelle di Bakisfigus, i libri e i convegni che aiutano a scoprire le meraviglie artistiche dell'isola.

La donna sarda ha oggi un ruolo predominante nelle creazioni dei coniugi. Vista con gli occhi dei bambini e con indosso il vestito tipico, ogni amica di Freya, proveniente da un paese diverso, ha un volto. L'ambientazione ideale per i curiosi protagonisti che popolano l'immaginario del trio familiare, gli stessi dei "contos de foghile" (racconti del caminetto), è quello delle "Cortes Apertas".

La "jana" Kiria - Collezione Turchi

Nel nuovo film di Tim Burton, "Big Eyes", la protagonista raffigura bambini dagli occhi grandi e suo marito spaccia le opere di lei per proprie. Nel caso di Sara e Gianni, invece, la collaborazione artistica è essenziale. Sara, laureata all'Accademia delle Belle Arti di Firenze, dipinge le dame in costume sardo e Gianni da le giuste indicazioni; anche lui prende in mano il pennello per disegnare foglie, piante e frutti - che conosce bene grazie alla sua laurea in progettazione e architettura del paesaggio -, arricchendo i dipinti di lei. E poi la bandiera sarda, con le iniziali di entrambi, suggella ogni lavoro.

Alle spalle dei soggetti, facciata di "Sa Itria" dipinta da Nivola

Le Amiche di Freya non è solo arte: è magia, è sogno, è la semplicità giocosa dei più piccoli catturata su una tela. Costantino Nivola insegna: la coppia crede che l'infanzia sia una stagione dell'uomo meritevole d'essere vissuta appieno. Già, ma non si tratta solo di questo. L'incanto de Le amiche di Freya consiste proprio nel saper fornire ad adulti, stanchi e aridi, il giusto apporto di fantasia per tornare bambini in qualunque momento della vita. 



Ps: Sara e Gianni realizzano anche ritratti in stile "Freya" per i clienti più spiritosi. Perché non approfittarne e trasformarsi in piccoli Peter Pan dagli occhi grandi? Info qui.

Daniela Melis

giovedì 15 gennaio 2015

Il futuro: i giovani aspettano

Era il mese di aprile del 2013 quando un caro amico mi invitò a scrivere un articolo che riguardasse le 'problematiche dei giovani'.
Dal momento che la LAGNA è il sale della vita, avevo tra le mani una miriade di possibili argomenti di cui lagnarmi e la pericolosa difficoltà di scegliere.
Intanto il dilatarsi della categoria di giovani che si sfilaccia sempre più (il che è figo, tranne quando incappi in maschi Peter Pan nonostante il bulbo grigiobianco e femmine con la gonna più corta della tua ma con le cosce avvizzite); poi, che dire?
Lavoro e disoccupazione? Depressione e alcolismo nei paesi di provincia? Sesso e procreazione?

Tra le mille sfaccettature delle 'problematiche', scelsi quella che mi premeva di più: l'oscuro soggetto del futuro, e anche dell'attesa, e soprattutto dell'attesa del futuro.
Ecco, pensavo (e penso ancora) che tutta questa attesa causasse la difficoltà di vedersi e proiettarsi nel futuro, immaginarsi cioè, anche in modo blando, inseriti in uno specifico contesto lavorativo.
E siccome il pensiero del futuro influenza fortemente il pensiero presente eravamo proprio in un bel casino. E così rispolverarono la parola resilienza, perché resistenza pare démodé.

A distanza di ormai due anni è scioccante, per non dire avvilente, notare come le cose non siano cambiate per nulla; anzi all'attesa è subentrata la consapevolezza.
Consapevolezza del buio totale, dell'immobilità lavorativa (perché il Jobs act è una presa per il culo per chi è disoccupato e alla ricerca), dell'utopia pensionistica, dell'espatrio forzato e dell'impossibilità di progettare alcunché.
E che gli rispondiamo adesso a chi ci chiede "cosa fai nella vita" o "di cosa ti occupi"?
Di andare a cagare e che la resilienza è morta.
(Poi se conosce qualcuno che ci può ficcà, allora no).

ps: per leggere l'articolo del 2013 cliccate sotto!

Ilaria Mariotti



   

sabato 3 gennaio 2015

Giancarlo e Brincamus: la Sardegna esporta la sua musica


Suona in un gruppo hard core ed è monocromatico: si veste sempre di nero e sembra burbero.
Suona anche da solo: è un cantautore, il suo è un CantautoratoNonSense e sembra scanzonato.
Ma ci stanno queste due anime estreme in un corpo solo? 
Sì. (forse perché non ha la folta chioma che il pogo metal impone, chissà).

Si chiama Giancarlo Palermo, è del 1980 e viene dalla Barbagia selvaggia, il cuore della Sardegna
In quella Barbagia degli anni 90 negozi di dischi non se ne vedevano poi molti, ci si affidava al passaparola tra amici e così arrivò il grunge di Siattle, i Nirvana e poi i Pearl Jam, i Megadeth, i Sepoltura, i Pantera e tanta altra rabbia e cinismo.
E negli anni del liceo Giancarlo inizia a pensare che la sua passione può essere benissimo una professione quando a scuola si butta in un progetto: organizzare un ciclo di prove aperte per tutte le band e i musicisti dell'istituto.

E la Sardegna e la musica s'intrecciano per sempre. 

Perché anche quando Giancarlo si trasferisce a Bologna e si immerge nell'underground emiliano, continua a pensare alla musica sarda e alla musica in Sardegna e a come portarla con sè al di là del mare. 
Perché dall'isola per arrivare al continente occorre fare un bel salto, 'unu brincu' per dirlo bene.
E così Giancarlo fonda l'associazione Brincamus col suo ambizioso progetto di promuovere e diffondere le nuove correnti musicali prodotte in Sardegna


C'è stata un'esplosione di assensi: tantissimi musicisti sardi hanno raccolto l'idea e si sono affidati all'associazione che oggi conta una ben nutrita e diversificata varietà di artisti: dall'elettronica al rock alla musica tradizionale, è questo un punto di forza di Brincamus.
L'associazione offre attività di promozione e ufficio stampa; creazione di festival; booking a 360 gradi, dal centro sociale ai teatri; servizi di logistica e supporto; backline.




Giancarlo è felice: sorride, continua a vestirsi di nero, a fare metal, a fare cantautorato, a essere sardo, a vivere di musica e soprattutto a farla saltare.

Ilaria Mariotti






giovedì 1 gennaio 2015

Odio il Capodanno, come Gramsci



Internazionale, 31 dicembre 2014: ecco che il giornale per eccellenza ci offre un bello scritto di Gramsci sul Capodanno proveniente giusto giusto dal 1916. Lui, guarda un po', la pensava proprio come noi. Un solo concetto, un solo pensiero: odio il Capodanno.

Ma se già a quei tempi Gramsci aveva una certa avversione per tale data, figuriamoci come si sentirebbe oggi. Tra consumisti, superficiali e coglioni dei selfie, vedrebbe che il non avvento del socialismo ha lasciato spazio a un idiotismo generale e a un'isteria di massa che tra Natale e Capodanno, ahimè, esplodono e si propagano. Infatti, è la notte giusta per sfoggiare il vestitino del veglione (vince chi ha più paillettes); per spendere una cifra esagerata per una cena mediocre (150€ son troppi solo quando si tratta di retribuire un lavoro onesto); per prendere per il culo lo sfigato di turno che resta a casa (perché è obbligatorio passare il Capodanno con gente di cui non ti frega un cazzo). 

Le persone si entusiasmano per presunti repentini rivolgimenti del proprio destino che si materializzeranno allo scoccare della mezzanotte del 1 Gennaio. Ma veramente dal 1916 a oggi non hanno ancora capito che tra il 2014 e il 2015 c'è la distanza di un secondo? Che il cambiamento tra un anno e l'altro semplicemente non esiste? Le vite miserabili resteranno tali e quali, quelle felici pure, quelle finte felici idem, quelle delle mamme isteriche del piano di sotto sempre le stesse.

Se proprio questo giorno deve essere una convenzione, allora vogliamo che la nostra convenzione di oggi sia anche quella di domani e di dopodomani e così via: passare il tempo con persone che amano e si amano, che fanno sentir liberi, senza inutili progetti per cene con sconosciuti e divertimento forzato. Vogliamo raccogliere i frutti di relazioni pure, sincere e trasparenti. 


Ps: compatiamo tutti coloro che sono nati in questo triste giorno per la doppia sfiga che li affligge e, in generale, tutti coloro che sono nati sotto le feste per il ben noto e terribile trauma infantile del "un solo regalo per Natale e compleanno".

Pps: compatiamo tutti coloro che sono afflitti dalla 'sindrome da Capodanno' la cui sofferenza inizia nel mese di novembre (anche ottobre) quando si è impegnati ad affrontare le domande insistenti di amici che chiedono 'cosa fai a Capodanno?' e che si protrae fino al tardo pomeriggio del 31 dicembre. 
I sintomi di questa afflizione sono ansia esponenziale da divertimento forzato, tachicardia da panico e creatività dell'ultimo minuto. 
Gli strascichi della sindrome si protraggono fino alla prima settimana di gennaio, causati dalle insistenti domande di amici che chiedono 'cosa hai fatto a Capodanno?'. 
Poi, per fortuna, passa tutto.

Daniela Melis e Ilaria Mariotti