giovedì 15 gennaio 2015

Il futuro: i giovani aspettano

Era il mese di aprile del 2013 quando un caro amico mi invitò a scrivere un articolo che riguardasse le 'problematiche dei giovani'.
Dal momento che la LAGNA è il sale della vita, avevo tra le mani una miriade di possibili argomenti di cui lagnarmi e la pericolosa difficoltà di scegliere.
Intanto il dilatarsi della categoria di giovani che si sfilaccia sempre più (il che è figo, tranne quando incappi in maschi Peter Pan nonostante il bulbo grigiobianco e femmine con la gonna più corta della tua ma con le cosce avvizzite); poi, che dire?
Lavoro e disoccupazione? Depressione e alcolismo nei paesi di provincia? Sesso e procreazione?

Tra le mille sfaccettature delle 'problematiche', scelsi quella che mi premeva di più: l'oscuro soggetto del futuro, e anche dell'attesa, e soprattutto dell'attesa del futuro.
Ecco, pensavo (e penso ancora) che tutta questa attesa causasse la difficoltà di vedersi e proiettarsi nel futuro, immaginarsi cioè, anche in modo blando, inseriti in uno specifico contesto lavorativo.
E siccome il pensiero del futuro influenza fortemente il pensiero presente eravamo proprio in un bel casino. E così rispolverarono la parola resilienza, perché resistenza pare démodé.

A distanza di ormai due anni è scioccante, per non dire avvilente, notare come le cose non siano cambiate per nulla; anzi all'attesa è subentrata la consapevolezza.
Consapevolezza del buio totale, dell'immobilità lavorativa (perché il Jobs act è una presa per il culo per chi è disoccupato e alla ricerca), dell'utopia pensionistica, dell'espatrio forzato e dell'impossibilità di progettare alcunché.
E che gli rispondiamo adesso a chi ci chiede "cosa fai nella vita" o "di cosa ti occupi"?
Di andare a cagare e che la resilienza è morta.
(Poi se conosce qualcuno che ci può ficcà, allora no).

ps: per leggere l'articolo del 2013 cliccate sotto!

Ilaria Mariotti