martedì 17 febbraio 2015

Donne e femminismo d'oggi


Ovviamente non sono Emma Watson (sigh).
Non ho più 24 anni, non sono mai stata ambasciatrice del settore UN alle Nazioni Unite, non ho mai visto le Nazioni Unite se non in tv, e soprattutto non sono figa.
(Però Harry Potter l'ho letto - non tutto, ma ho visto il film. Vale?)
In comune con Emma, comunque, ci sono le recenti riflessioni sul femminismo e su cosa voglia dire essere femministe oggi.
Dunque, il mio intervento da ambasciatrice alle Nazioni Unite suona così:

Ciao a tutti,
bando ai pipponi filologici, storici e politici sugli ismi e diamo per scontato che sappiamo bene tutti cosa voglia dire la parola femminismo, anche perché siamo alle Nazioni Unite e qui sono tutti cervelloni.
Voglio raccontarvi un incontro capitatomi mesi fa. Su Facebook mi arrivò un invito curioso, un invito a, cito:
Un laboratorio sulla sessualità femminile, autogestito, gratuito e aperto a tutt@. Un'esperienza di esplorazione e apprendimento collettivo, un luogo in cui riappropriarsi del proprio corpo e del piacere e ridefinire i limiti del linguaggio e dell'educazione.

Tanta roba insomma: sessualità, autogestione, aggratis, chiocciolina ambigua, il corpo, il piacere. In pratica un revival degli anni settanta, a Bologna poi.

Sicché, soffocando la mia paura anni 2000 di ritrovarmi in un circle time di nostalgiche degli anni settanta che urlano slogan del tipo 'l'utero è mio e lo gestisco io!' mi presentai al primo incontro, quello che doveva spiegare cos'era il laboratorio.

E così mi ritrovai sulla destra del circle time a cercare di capire dove mi trovassi e perché, ma tutto mi venne spiegato con la formula inclusiva/esclusiva del fight club, ovvero: tendenza a non dire troppo perché non si può (poi ovviamente avremo capito perché), e pressione psicologica sul fatto che fosse un percorso da affrontare in gruppo sulla base di un safe place da costruire.


Sicché, attirata dal safe place/copertina di Linus/regressus ad uterum soffocai la mia paura anni 2000 e ritentai un secondo incontro, perché il mio animo zen mi suggerisce di andare in fondo all'essenza delle cose ('ma in pratica che si fa in questo fight club di femmine?!').

E mi ritrovai sempre sulla destra del circle time a leggere le regole del laboratorio:


  1. prima regola del Sessfem: vietato parlare al di fuori del Sessfem delle cose dette nel Sessfem,
  2. seconda regola del SessFem: vietato flirtare all'interno del gruppo,
  3. terza regola del Sessfem: sforzarsi di ripristinare il lontano defunto genere neutro del linguaggio, per cui quando si raccontano le proprie esperienze non dire 'il mio ragazzo', 'la mia ragazza' ma 'la mia persona, la mia dolce metà' et similia, e per lo scritto utilizzare quella simpatica e neutra chiocciolina.



E la mia paura anni 2000 nell'ala destra del circle time si materializzò tutta:
  • Fight club ce l'ho e a tratti può essere divertente (ma non andava a finire male?);
  • il divieto di flirtare incomprensibile (non è che io decido a priori di flirtare o meno, capita se c'è l'occasione e se mi va e già la regola imposta di non farlo ti fa venir voglia di fare una cosa a cui non stavi nemmeno pensando);
  • per il linguaggio neutro mi s'arriccia la lingua (anche perché il mio animo zen è pure polemico dunque perché obbligarmi a scelte linguistiche che la lingua stessa, strumento vivissimo, ha rigettato? E se siamo tutte donne perché ostinarmi a scrivere/dire 'tutt@'? Perché non posso dire 'tutte'? Qual è il problema? E appigliarsi a queste cose per dire che il linguaggio è maschilista è piccioso e pure ridicolo).

La mia paura anni 2000 fece il botto all'assegnazione del compito settimanale ovvero: colora la tua fica.
Niente body painting, ognuna doveva scegliere un foglio su cui erano disegnate vagine e poi colorarla a casa.


Siccome sono zen, polemica e pure capricorno io ci tornai una terza volta a questo laboratorio perché devo proprio sbatterci le corna sulle cose (e perché volevo capire a cosa servisse colora la tua fica, a dirla tutta).

E la terza volta, sempre alla destra del circle time, capii che colora la tua fica non aveva senso alcuno se non quello di divertirsi con colori e pennelli (ma non lo facevano già Giovanni Muciaccia e Dodò?!). 
Al che, tentai, nella pausa, di far due chiacchiere con qualcuna e puntai la ragazza dall'ego smisurato, quella che si era fatta fotografare la fica dal suo ragazzo (pardon la sua dolce metà) e poi l'aveva disegnata, colorata e mostrata a noi (wow che gesto sovversivo e rivoluzionario).
Le chiesi banalmente cosa facesse nel tempo libero e lei mi rispose che ballava il tango, MA si infastidiva perché il tango è un ballo sessista e lei, che ha un carattere dominante, non si lascia mica condurre. Perciò a Roma, sua città di provenienza, andava in un centro sociale a fare queer tango dove puoi scegliere, a prescindere dal tuo sesso, se fare l'uomo o la donna.

Oggesù. Ma quindi quando a 12 anni ai compleanni ballavamo le canzoni dei Backstreet Boys abbracciate con le amichette stavamo a rivoluzionà il mondo e non ce ne siamo accorte? 
Ma quindi l'uomo che conduce è cattivo e dominatore e la donna è una volubile troia per tutte quelle smorfie che fa?

Opzioni di risposta:
  1. Acidità violenta: 'Cazzo, se hai problemi col cervello vai a fare tip tap';
  2. Lezioncina pedante: 'Il tango, cara ragazza, non è sessista. Il tango è, notoriamente, come molti balli di gruppo, un ballo di corteggiamento e seduzione e il corteggiamento e la seduzione passano nel corpo dell'uomo e della donna in modo diverso perché l'uomo e la donna sono diversi e questa è la vera bellezza dei sessi. La danza usa il corpo come codice espressivo, dunque, dato che uomo e donna hanno corpi diversi i movimenti che possono e non possono fare sono diversi. Per questo il corteggiamento nel tango nel corpo uomo è la potenza virile di un braccio che ti cinge la vita con trasporto e nel corpo donna è la movenza sensuale e sinuosa. Ti faccio uno schemino?'
  3. Optai per la 3: '... ... ...'  sguardo basso nel vuoto e switch di persona, per la paura pesante del pubblico linciaggio femminista (non è codardia, è che c'ho i polsi piccoli e insulsi).

La mia paura anni 2000 fece un doppio carpiato con la consegna del nuovo compito settimanale: push your gender.
Spingi il tuo genere, ovvero boh. Per spiegarcelo ci dissero che una ragazza aveva provato per una settimana a far pipì in piedi e un'altra aveva giocato con gli stereotipi dell'oca e del maschiaccio.


E lì scatenai i miei dubbi ponendo una domanda diretta (in realtà l'ho scritta via mail, sempre a causa dei miei polsi insulsi): qual è il significato di questa pratica? Perché, visto che sono in pace con la mia identità di genere, devo spingere il mio genere? A quale limite poi? Qual è il senso? Se ho una vagina perché non devo fare pipì seduta? È così comodo poi.
Ebbene fui invitata ad abbandonare la mia razionalità e visto che stavo in pace col mio genere (equilibrio e consapevolezza d'identità dissero) fui invitata a non fare l'esercizio.
Ma io non stavo mica chiedendo l'esonero, stavo chiedendo il senso di tutto questo. Evidentemente non c'era nessun senso, oppure dovevano ancora capirlo, oppure non ero abbastanza confusa, non pensavo di essere gay o bisessuale, fatto sta che non seppero rispondermi. 

Beh care le mie Nazione Unite, voi come le vedete queste femministe di oggi? 
No perché se questo è essere femministe nel 2015, cioè giocare a fare Simone de Beauvoir e pensare che incendiare un reggiseno sia un gesto rivoluzionario, allora mi viene l'orticaria. 
Perché il femminismo è tutta un'altra conquista.
E perché siamo nel 2015, e le conquiste e il linguaggio con cui si lotta vanno di pari passo con la storia che evolve.



Oh io c'ho dato su al terzo incontro (paventando un corso d'inglese, sempre per la storia dei polsi) magari dal quarto in poi era tutta n'altra cosa... 
Ah già che ci sto saluto la mia famiglia e tutti quelli che mi conoscono.
Xoxo, fate l'amore non fate la guerra, peace and love, yes we can, soprattutto tu Barack, accanna ste animosità e #staisereno"

Ilaria Mariotti




lunedì 2 febbraio 2015

Big eyes: l'arte de "Le amiche di Freya"

La famiglia Crobe-Bachmann fotografata da Gabriele Doppiu





















Freya Lucia è una bambina dai capelli dorati e i grandi occhi vivaci. Curiosità scoppiettante e fervida immaginazione, a soli cinque anni è già una musa. La mamma Sara, danese, e il papà Gianni, sardo doc, si ispirano a lei per dipingere quadri che toccano il bimbo che c'è in ognuno di noi. La produzione artistica della giovane coppia nasce per caso tre anni fa: mentre Sara ultimava il disegno di una principessa con matite colorate e acquarelli atossici, a Gianni venne in mente di renderla su tela e incorniciarla. Il risultato fu sorprendente e "Le amiche di Freya" iniziarono a far parte della vita della famiglia Crobe-Bachmann, per poi farsi conoscere da un pubblico via via più ampio.

Galana e Gudrun: l'unione della cultura sarda e quella danese. L'immagine trova ispirazione nel tema dell'amicizia e dell'unione.

I dipinti son un chiaro omaggio all'infanzia e alla sua innocenza: la posa frontale tipica degli abbozzi dei bambini, lo sguardo pulito e dolce, la visione bidimensionale della fanciullezza e, soprattutto, gli occhi grandi, come quelli che Sara disegnava da piccola.

La collezione più recente è dedicata alla Sardegna, la terra che Sara e Gianni, conosciutisi a Firenze, hanno scelto come "casa". È qui che Freya cresce tra i mirti, i lentischi, i corbezzoli; che si dondola in un'altalena annodata nei rami degli olivastri; che ammira dalla terrazza la campagna che precede l'ampio golfo di Olbia e il mare.

Gli artisti son particolarmente affascinati da tessuti, colori e ricami degli abiti sardi. Tanta è l'ammirazione per Antonio Marras e Paolo Modolo, ma l'interesse per la cultura sarda non si limita alla moda. La ricerca è tout court: passa per le cartoline d'epoca, le piastrelle di Bakisfigus, i libri e i convegni che aiutano a scoprire le meraviglie artistiche dell'isola.

La donna sarda ha oggi un ruolo predominante nelle creazioni dei coniugi. Vista con gli occhi dei bambini e con indosso il vestito tipico, ogni amica di Freya, proveniente da un paese diverso, ha un volto. L'ambientazione ideale per i curiosi protagonisti che popolano l'immaginario del trio familiare, gli stessi dei "contos de foghile" (racconti del caminetto), è quello delle "Cortes Apertas".

La "jana" Kiria - Collezione Turchi

Nel nuovo film di Tim Burton, "Big Eyes", la protagonista raffigura bambini dagli occhi grandi e suo marito spaccia le opere di lei per proprie. Nel caso di Sara e Gianni, invece, la collaborazione artistica è essenziale. Sara, laureata all'Accademia delle Belle Arti di Firenze, dipinge le dame in costume sardo e Gianni da le giuste indicazioni; anche lui prende in mano il pennello per disegnare foglie, piante e frutti - che conosce bene grazie alla sua laurea in progettazione e architettura del paesaggio -, arricchendo i dipinti di lei. E poi la bandiera sarda, con le iniziali di entrambi, suggella ogni lavoro.

Alle spalle dei soggetti, facciata di "Sa Itria" dipinta da Nivola

Le Amiche di Freya non è solo arte: è magia, è sogno, è la semplicità giocosa dei più piccoli catturata su una tela. Costantino Nivola insegna: la coppia crede che l'infanzia sia una stagione dell'uomo meritevole d'essere vissuta appieno. Già, ma non si tratta solo di questo. L'incanto de Le amiche di Freya consiste proprio nel saper fornire ad adulti, stanchi e aridi, il giusto apporto di fantasia per tornare bambini in qualunque momento della vita. 



Ps: Sara e Gianni realizzano anche ritratti in stile "Freya" per i clienti più spiritosi. Perché non approfittarne e trasformarsi in piccoli Peter Pan dagli occhi grandi? Info qui.

Daniela Melis