giovedì 26 marzo 2015

Cultura americana


BROKE USA _ Picture by Oliver Rath _ Rath Photografie


























"Abbiamo tutti un’immagine mentale delle maggiori nazioni del mondo, più o meno precisa, ma nessuna così vasta, dettagliata e carica di miti come gli Stati Uniti. Un viaggio negli States è un continuo gioco di specchi fra quel che sappiamo e quel che vediamo. Finisce che per riuscire semplicemente a vedere dobbiamo fare un certo sforzo – e chi ce lo fa fare se siamo in vacanza?
Mesi, se non anni, delle nostre vite sono stati dedicati interamente a guardare film e telefilm di americani che fanno cose americane in America (ed è chiaro che dicendo così non pensiamo al Messico o all’Argentina. Il nome intero, ‘Stati Uniti d’America’ suona vagamente ironico: ‘Sono andato in vacanza negli Stati Uniti d’America’). Lo Studio Ovale del Presidente degli Stati Uniti d’America ci è più familiare dello studio del Presidente del Consiglio italiano. Sappiamo esattamente in quali quartieri di New York è pericoloso camminare di notte (o pensiamo di saperlo, che non è la stessa cosa). Le avventure che potremmo avere in un bed & breakfast a Siena non saranno mai all’altezza di quelle che potremmo avere in un motel sperso nel nulla della Route 66. Viviamo in case dove non si può ambientare una sitcom. Se fossimo nati in America sapremmo l’inglese. Se fossimo nati in America avremmo vinto una borsa di studio per il college grazie al football. Se fossimo nati in America tutti riconoscerebbero i nostri meriti. Se fossimo nati in America saremmo molto più reali"
Qualche tempo fa mi son ritrovata sotto gli occhi queste parole tratte dall'articolo Americana 1 (consiglio a tutti di aspettare il seguito) del blog "Nightreader". Non posso non essere d'accordo con l'autore, Stefano Trucco, sul fatto che le nostre vite sono, purtroppo, impregnate di cultura americana.

Dico "purtroppo" perché il famoso "American Way of Life", insinuatosi nelle nostre case attraverso film e telefilm, come descritto sopra, ci ha fatto credere che la realtà, quella bella, quella "vera" che tutti vorrebbero, sia quella degli USA, composta dai seguenti elementi (più o meno in ordine cronologico):

  • studentello impomatato / studentessa cheerleader,
  • cocainomane uomo in carriera / "tette rifatte" donna in carriera,
  • sorridente (spesso di plastica) famiglia americana. 

Ma quanto c'è di grandioso in questo sogno chiamato (Stati Uniti d') America? Cosa ho io, nata in un paradiso terrestre, da invidiare a un americano? Un po' mi fa incazzare che gli ingessati di Wall Street abbiano diffuso finti sogni di successo (come se poi stare a strillare tutto il giorno strozzati da una cravatta fosse sinonimo di felicità, mah) e che, quindi, l'immagine degli USA che arriva sino a noi sia fatta di opulenza e beatitudine. Io, un po' per molte scelte politiche dei suoi governi (specialmente in politica estera), un po' per la prepotenza industriale, un po' perché non tutti gli americani vivono come il Grande Gatsby (questo credo sia chiaro a chiunque) non riesco a vederci niente di così invitante. Inoltre, credo che la cultura americana, intesa come usi e costumi di un popolo, abbia un gap enorme che non dovrebbe farcela bramare poi così tanto. Scopriamolo in pochi passaggi.
























Premessa

Ci sono fattori culturali americani di stampo artistico, musicale, letterario e, soprattutto, fattori tecnologici che devo riconoscere loro. Non amo generalizzare, in effetti, e non voglio spingere la mia critica verso tutto ciò che è americano. Tuttavia trovo che in mezzo a cotanta bellezza fatta di Fitzgerald, Lou Reed, Warhol e avanguardie tecnologiche ci sia un elemento abbastanza, prendetemi alla lettera, "disgustoso". Se lo portano dietro da secoli, quindi è storico; li accomuna tutti, quindi è generale; fa parte della loro quotidianità, quindi è culturale: si tratta del cibo.

Spiegazione

Siete d'accordo che la cultura di un popolo è anche quella culinaria? Bene. Allora mi spiegate cosa ho io, specialmente in questo caso, da invidiare a un americano? Ma veramente vorreste farvi travolgere dalla cultura americana per trangugiare hamburger transgenici intasati di salsa e hot dog malsani per tutta la vita? Dio ce ne scampi e liberi! E tutte le altre schifezze tipo la corrosività di una Coca Cola o la volgare dolcezza dei mashmellows? Mi piacerebbe dissuadervi dal McDonald's e da ogni cibo americano con un piccolo racconto, se me lo concedete.
Nottingham, Inghilterra, 2009. Ero una povera studentessa Erasmus e fui invitata a una cena per il Giorno del Ringraziamento organizzata dalle 3-4 ragazze americane del vicinato. Partecipai. A un certo punto apparì sulla tavola una teglia di patate con sopra qualcosa che, al primo sguardo, poteva sembrare besciamella. In realtà non si trattava di questo: le American Girls avevano fatto bollire delle patate americane (per chi non le conoscesse, sono arancioni e dolcissime); una volta cotte, le avevano tagliate a fette e messe su una teglia; la tortura finale per questo errore della natura fu metterle in forno con una pesante spolverata di mashmellows che, una volta sciolti, crearono una patacca bianca e iper-diabetica sulle già iper-diabetiche patate americane. No, vabbé, ragazzi, datemi per sempre quella è stata definita "l'inciviltà" del maialetto arrosto, ma le patate dolci con i mashmellow, no. Che schifo, cazzo. Son vomitevoli.



Conclusione

Se la cultura di un popolo si vede dal cibo, quella americana non riesco a definirla "cultura" a 360°. Tempo fa, discussi quest'argomento in un articolo che vi lascio qui, pronto all'uso, pronto alla lettura, pronto allo sdegno di chi non la pensa come me. A tutti voi, con affetto, Quanta cultura in una mug cake, una storia che racconta la terrificante American Way of Food. Buon divertimento!

Daniela Melis



martedì 17 marzo 2015

Come diventare blogger

E, soprattutto, perché diventarlo. 


Foto di Silvia Todde Photography

In principio era il caos.


A me scrivere è sempre piaciuto. Forse è stato un metodo per contrastare la solitudine, o semplicemente per parlare con qualcuno che non fosse un mondo che non mi capiva. E quindi scrivevo, scrivevo dappertutto. Foglietti, quadernini (persi e mai ritrovati - Dio li abbia in gloria), carta strappata da un libro di scuola, vecchi diari abbandonati a prender polvere nella mansarda di nonna: ecco dove finivano i miei pensieri, le considerazioni sul mondo e le paure dell'adolescenza. Di una cosa però son sempre stata certa: i pensieri son la cosa più cara che abbiamo. Poiché durano un secondo, vanno riportati in fretta e poi sviluppati con calma. Non possiamo abbandonarli a carta biodegradabile scritta con matita altamente cancellabile. No.

Foto di Silvia Todde Photography

Già, in principio era il caos, poi arrivò la tecnologia.


Grazie ad essa tutto è ordinato e al sicuro: i documenti salvati sull'hard disk, le note sull'iPad, l'iPhone e, soprattutto, la possibilità di crearsi un blog. Luogo ideale dove annotare (perché ovviamente esiste anche la app per il cellulare), sviluppare e diffondere celermente quei fulminei pensieri, offre la possibilità di legare ad essi foto e video, nel caso le sole parole fossero incomprensibili ai più. Notavo con curiosità il proliferarsi di questi fenomeni: <fichi>, pensavo, ma io non ci capivo un cazzo. Tuttavia con la ricerca Google avevo, e ho, un'ottimo rapporto e così trovai presto i consigli di svariati blogger. Infatti il web brulica di esperti che scrivono trattati su come creare un blog, quale piattaforma preferire, perché crearlo e tutti i più impensabili consigli agli aspiranti blogger (per chi si vuole informare al riguardo, ecco un ottimo articolo della "Dirty Work" web agency di Cagliari: "Cosa sono i CMS").

Foto di Silvia Todde Photography

Forte di tanto sostegno (nella vita reale forse non ne ho mai avuto tanto) decisi di iniziare la mia avventura online. Per cui la formula si trasformò in questo:

In principio era il caos e poi fu il blog.


Un anno è passato e io festeggio i miei pensieri digitalizzati. Se sono diventata una blogger? Non lo so, però qualche consiglio ve lo posso dare. Prima di tutto niente deve capitare per caso, che è esattamente quello che feci io. Il pallino del blog mi tormentava da tempo, ma come momento ideale per partorirlo scelsi la mia quarantena da broncopolmonite. Così, stordita e abbastanza fatta di antibiotici, mi diedi alla creazione materiale del blog, senza uno schema preciso o un'idea sulla grafica. Non rispettavo le parole d'ordine:
  • programmare;
  • avere un tema definito;
  • targetizzare.
In realtà di queste tre obbedivo solo alla seconda, ma tratteremo questo argomento nella prossima puntata.

Foto di Silvia Todde Photography

Per il resto, per essere una blogger, bisogna solo essere scemi abbastanza da voler scrivere cose serie in modo ironico; da voler spezzare ciò che ferisce dentro con frasi spiritose. Così la gente ride e pensa "che pazza Daniela!", "Ilaria è pure più folle" e non vede quanta amarezza si cela dietro scritti come "Voglio il conto in Cina""Les miserables", la massima espressione del fatto che, specialmente al Sud (come diceva saggiamente qualcuno), è molto difficile slegarsi dalle paure che ti impartiscono da bambino, insegnandoti a non sognare.

Ma a sognare bisogna imparare, perché per diventare blogger bisogna anche saper guardare a cosa e quanto il tuo blog può servire: guadagnare (mmh); mettere in mostra le tue capacità; raccontare le tue avventure sperando che qualcuno ci rida su; criticare ciò che hai sempre odiato rischiando una denuncia; raggiungere chi la pensa come te e sentirti finalmente "capita", come accadde con Alessandra; o semplicemente esprimere il malessere interiore (possibilmente evitando di deprimere il prossimo).

Foto di Silvia Todde Photography

In me è proprio quest'ultimo punto a premere. In fondo, qual è il motivo per cui son stati scritti tanti libri?  Perché le persone sentono il bisogno di scrivere? A cosa serve mettere nero su bianco i propri pensieri?
Scrivere è stato da sempre un modo per esorcizzare, per svuotare la mente riempendo le pagine e, contemporaneamente, il cuore di gioia. “Scrivi in modo forte e chiaro ciò che fa male”: ecco cosa diceva Hemingway. Ed è inequivocabile che questo servisse come catarsi allo scrittore e a riconoscersi in quel dolore, in quelle emozioni tristi al lettore.

Ok, io purtroppo non sarò mai Hemingway e nemmeno una scrittrice. Tuttavia, la scrittura, al pari della lettura, mi è sempre servita come rifugio, come mezzo per custodire i miei pensieri che, tuttora, non vengono capiti altrove. Il mio modo di conservarli non è stato scrivere un libro: purtroppo non sarei in grado. Certo, mi sarebbe piaciuto girare per i mari con una macchina da scrivere; e anche, stile Arturo Bandini, andare a spasso con un taccuino nella tasca della giacca, sedermi in un bar a L.A. e fingermi assorta a cagare un pensiero. Io, però, appartengo all'era tecnologica e qui certe cose son considerate obsolete. Qui l'ispirazione sarebbe interrotta dal selfie di turno da postare su Facebook con scritto: <Fottetevi tutti>. Eppure manifesto il mio rispetto per la tradizione portando sempre con me una Moleskine (in borsa, però, ché a tenerla in tasca mi sentirei disonesta per l'inevitabile effetto seno grande), ma non basta come cassaforte.

Foto di Silvia Todde Photography

La soluzione per i miei pensieri l'ho trovata, appunto, in uno spericolato blog. Spericolato perché se ne sbatte di fare concorrenza; perché non guarda alla massa, ma si è dimostrato essere un po’ di nicchia; perché è piccolo e cattivello, per distinguersi dagli altri. Un blog non ordinario: semplicemente la mia casa e quella di chiunque si riconoscerà in esso.

Per cui, non mi resta che dire:

Buon compleanno, Controvento! 


E voi, cari lettori di una blogger, vi siete mai riconosciuti nelle storie di Controvento (Racconti di Incontri)?

ps: le foto, scattate al Peek-A-Boo di Cagliari, son della bravissima Silvia Todde e anticipano una nuova sezione di Controvento che inaugureremo a breve. Provate a indovinare di che si tratta.

pps: questo post non si autodistruggerà nei prossimi 5 secondi, ma avrà un seguito con nuovi consigli e curiosità. Chi ci sarà?

Daniela Melis

lunedì 9 marzo 2015

Un teatro SocialMente instabile


Usiamo Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest, YouTube e What's up. 
Ci facciamo selfie, scriviamo copy accattivanti, siamo blogger, influencer, poser, trendsetter. Siamo social.
Perché se non sei social non esisti.
Passiamo le giornate davanti a uno schermo: la mattina spegniamo la sveglia sul telefono, togliamo la modalità aereo e aspettiamo il bip delle notifiche. Mentre facciamo colazione spulciamo le news, in metro occhio al telefono o iPad, a lavoro siamo 8 ore seduti davanti al pc e poi la sera davanti alla tv o al computer ancora.



Il vivere social ci ha cambiati. E come siamo diventati? Ossessionati, catatonici, asociali, esibizionisti, voyeur, dissociati. Il nostro ego si è espanso e curiamo la vita virtuale come fosse la vetrina della nostra anima. E a volte qualcuno s'incasina e diventa più bravo a vivere il sé virtuale. Perché protetto da uno schermo si riesce a 'essere' meglio. Diretti, sinceri, cattivi o disinibiti.
Abbiamo perso il diritto di dimenticare qualcuno, perché i social ci impongono la presenza e anche se eliminiamo una persona poi ci ritroviamo a fare i conti con i tag, le foto degli amici in comune e col riempimento automatico. 
Abbiamo perso il diritto al silenzio, perché anche se non concediamo risposte la visualizzazione spinge all'accusa, e quando lo riceviamo, il silenzio dico, è difficile da buttar giù perché la chat impone botte e risposte.
Siamo affetti da nuovi disturbi e soprattutto malati di solitudine e alienazione.

Tutto questo si può rappresentare?

Incontriamo una persona che l'ha fatto.
Francesco Alberici, 26 anni, è un attore di teatro e vive a Milano. Assieme a Claudia Marsicano ha dato vita alla Frigo Produzioni. La loro opera prima è SocialMente. Entrambi sono in scena e hanno firmato assieme la regia, mentre la drammaturgia è opera di Francesco.



In scena ci sono, appunto, Lui e Lei. Due ragazzi normali, normalissimi, due ragazzi che potremmo essere noi. In scena con Lui e Lei ci sono una televisione con lo schermo illuminato, il cui bagliore il pubblico vede da dietro, un divano e un grande frigo blu con il simbolo di Facebook. Basta, perché basta questo per vivere: una connessione internet.
Lui e Lei non si guardano mai negli occhi e si parlano solo per 'oh' 'eh', alla luce dello schermo che te li fa apparire un po' spettrali.

Lei riprende le sue abilità per metterle su YouTube e poi si perde nella ripetitività del vortice delle prove, lui ha sui 5000 amici su Facebook ma nessuno che gli dica ciao, e nessuno che se lo scopi soprattutto. E quando tenta l'approccio lo fa in modo molto schematico, ragionato, quasi nazista nel dividere la sessualità per categorie (milf, bondage, per esempio) per poi esplodere di rabbia quando non c'è verso di averne.
E da lì è un crescendo di surriscaldamento dei corpi esposti agli impulsi social che porterà a una risoluzione forte.



In un'allucinazione continua scorrono i sogni di successo e gli incubi di fallimento di due soggetti desiderosi di essere ma incapaci di farlo.
Lo spettacolo, che vince il premio teatrale Borsa Pancirolli, è retto da una poetica volta ad esplorare il grado zero delle dinamiche di relazione interpersonali.
Francesco ci spiega che gli elementi principali di questa scelta poetica sono la compressione del testo, quindi del linguaggio utilizzato, che si riduce a un susseguirsi di mugugni e sproloqui, e la messa in scena di un ininterrotto stato allucinatorio nel quale si muovono i personaggi. 

Con Socialmente si ride, si ride tanto e poi ci si guarda e ci si chiede noi a che punto siamo. 
Ma dato che non voglio fare spoiler, se siete in zona lasciatevi sconvolgere (e se non lo siete ma li volete dalle vostre parti proponete ai teatri delle vostre città di darci un occhio). Ecco il calendario del tour ed ecco il link al sito, buona visione e al prossimo incontro!

Ps: su Francesco, Claudia, SocialMente e i loro prossimi spettacoli c'è molto da dire, quindi se l'argomento merita un like, aspettatevi a breve un altro post!

Ilaria Mariotti