martedì 10 maggio 2016

La rivincita dei piccoli centri

Viviamo in un mondo bizzarro che impone modelli da seguire pedissequamente, incurante delle diversità di ognuno di noi. Seguiamo mode e stili di vita che non ci appartengono, scegliamo professioni per denaro più che per passione, ci lasciamo abbindolare da una marea di notizie negative. Così, parlano di crisi e ci sentiamo in crisi; dicono che non c'è lavoro e non lavoriamo; collegano musulmano a terrorista e abbiamo paura di persone random; propagano che vivere in un paese fa povero e noi non ci viviamo; e così via. Spesso, però, le verità bisogna trovarle dentro se stessi e lasciar perdere le illusioni della massa.



È scientificamente provato che si deve stare alla larga da chi è negativo e quindi anche da tutte quelle notizie che vedono catastrofi e drammaticità in ogni dove. Prendiamo ad esempio l'accanimento contro i piccoli centri e la difesa delle città. Ci hanno inculcato che dai paesi è meglio scappare, perché si stanno spopolando, perché il lavoro è carente, perché non ci sono svaghi per i giovani, né futuro per i bambini, né tanto meno interesse per gli anziani. È pur vero che la città da molto di più a livello di divertimenti e attrattive, ma rende comunque schiavi di certi tempi e ritmi, costringe a spazi stretti, permette la creazione di microcosmi che riproducono alcune dinamiche negative dei paesi. Inoltre, se da un lato c'è più lavoro, perché ci son più servizi, questo non corrisponde necessariamente all'avere poi più soldi in tasca. Ed è qui che sorgono i lati positivi dei piccoli centri: la pace, la tranquillità, lo sguardo che si apre su panorami infiniti, senza palazzi a ostacolare il pensiero. Inoltre, resta il fatto più rilevante che "qui", nei centri dimenticati dell'interno, nei borghi di montagna e in quelli di collina, sia tutto da costruire e ci siano tante opportunità, anche lavorative, da creare.

In effetti, nonostante l'aura negativa che ha aleggiato sui paesi nei decenni scorsi, negli ultimi tempi si legge tanto di professionisti che hanno abbandonato l'ufficio per la campagna. Insomma, si sentono storie di ritorni alle origini. Son storie che confermano la rivincita dei piccoli centri, come la mia, come tante altre che ho toccato con mano.



La mia adolescenza è stata turbata. Non sapevo chi volevo essere, ero succube di spinte esterne per restare nel mio paesello e di tante altre per lasciarlo. Sentivo che dovevo andare, senza una meta precisa. Così ho raccolto tutto il mio rifiuto per qualsiasi cosa (il paese, la famiglia, il lavoro dei miei, le persone che avevo incontrato fino a quel momento) e, appena possibile, son partita per non voltarmi indietro mai più. Abbiamo già raccontato delle tiritere post-liceo e di tutto lo sgomento di fronte a un mercato del lavoro immobile (Voglio il conto in Cina), ma ancora non abbiamo detto di come sia avvenuto l'impensabile: tornare al piccolo paese dove si è cresciuti. A differenza di come si potrebbe pensare, non lo si sente come un fallimento, né tanto meno come una vergogna o una noia, quanto forse come l'ennesima ribellione a un mondo che ti forma piano piano. Ci hanno insegnato a seguire strade stranianti e a dimenticare i luoghi da cui proveniamo, cultura compresa. Quando mi son resa conto di quanto mi era stato rubato, son voluta tornare indietro per andare avanti partendo dal punto apparentemente più basso.

Tanti son i motivi per cui si torna per restare: amore e riconoscenza verso la propria famiglia, senso del dovere, ma soprattutto perché si realizza che certe sfaccettature del mondo son delle prese per il culo. Ad esempio, è aberrante dover accettare a 30 anni un tirocinio di un anno a 400 euro mensili, per un totale di 32 ore settimanali, presso delle imprese in mano a miliardari spilorci e con la puzza sotto il naso. E che fai poi con 400 euro? Non ti ci paghi nemmeno la stanza in affitto a Pirri, figuriamoci il mangiare. In conclusione, si torna per dignità. E questo ha tante conseguenze.

Tornando poi ti rendi conto di quante possibilità ci sono nelle nostre periferie specialmente per chi è curioso, ha studiato, ha viaggiato e ha fatto esperienze di vita e di lavoro fuori. Non che la cosa sia semplice, visto lo stato di abbandono in cui versano molti paesi e la solitudine che spesso si respira, ma con l'unione delle menti e l'osare delle idee, si può avverare l'impossibile.

(Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c'è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull'ingiustizia. -Berlinguer-)

Negli ultimi mesi ho conosciuto due coppie che vivono in piccoli centri in varie parti d'Italia, non perché son tornati alle loro origini, ma perché, stranieri o (quasi) estranei al luogo, hanno scelto quei posti come meta della propria vita. E ogni giorno affrontano col sorriso l'eventuale noia, la scarsa movida della provincia, l'apatia della gente, il silenzio della campagna e si danno da fare per vivere meglio. Le storie son quella di Katerina e Fabrizio, una greca e un sardo a Belvì (Nuoro, Sardegna), e di Lina e Stefano, una macedone e un abruzzese nelle campagne vicino a Vasto (Chieti, Abruzzo).
Ve le racconterò nei prossimi post, ma nel frattempo vorrei lanciare a tutti un invito a tornare. A tornare ai propri monti o alle pianure solitarie, perché nei piccoli centri c'è bisogno soprattutto di persone. Persone che hanno idee, fantasia e mezzi per recuperare un passato che ci appartiene e far fiorire il presente nell'ottica di un futuro migliore.
(Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza. -Gramsci-)

Daniela Melis